Saturday, 31 July 2010  
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In questa pagine potrete visionare numerose informazioni sulla Puglia inerenti a itinerari turistici e dati di varia utilità.
Di seguito è possibile scaricare il documento "La Puglia in breve" a cura della Regione Puglia, in cui sono analizzati tutti gli aspetti della regione (aspetto fisico, popolazione, territorio, Province, zone altimetriche, turismo, aspetti della vita quotidiana...), il documento è in formato Adobe Acrobat Reader e pesa 454 Kb

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Oltre alla descrizione di vari percorsi turistici è disponibile il documento "Itinerari in Puglia" a cura di Pugliaturismo.com, il documento è in formato Adobe Acrobat Reader e pesa 857 Kb

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In questa sezione potrete trovare alcuni percorsi turistici proposti ai turisti intenzionati a conoscere la Puglia liberamente tratti dal sito della Regione Puglia: http://www.regione.puglia.it/

I PAESI DELLA DAUNIA E LE MERAVIGLIE DEL GARGANO

di Eugenio Turri

I Monti della Daunia, con le vallate che s'aprono verso il Tavoliere pugliese e con i grossi villaggi raccolti sulle alture, fanno parte d'una Italia interna e appenninica, anche se così aperti ormai al respiro adriatico, nel quale già s'avvertono luci e sentori ionici, orientali. Dell'Italia appenninica hanno il volto scarno, povero, reso dolente dalla decadenza degli uomini e delle cose, ma anche nobilitato dall'antichità dei segni umani e da quella piena luminosità mediterranea che sembra dare preziosità ad ogni cosa toccata dal sole.
Troia è, ad esempio, una cittadina che, pur vecchia e cadente, ha la sua patente di nobiltà nel nome dei mitici Dauni che la fondarono e nel vecchio duomo, interpretazione "orientale " di un ideale architettonico di derivazione tirrenica; Lucera, che domina la Capitanata, riserba sorprese anche maggiori e la sua visita si traduce in una piccola ma gustosa avventura culturale che fa scoprire la vivace e varia storia stratificata nei suoi vecchi edifici.
Ma l'attrazione che esercitano questi paesi alti, quelle cittadelle chiuse e solitarie di sera ma aperte e ridenti in altri momenti del giorno, non è soltanto culturale, non sta unicamente nella meraviglia delle scoperte se esse riescono a rimuovere e placare un po' delle nostre inquietudini d'uomini moderni e "settentrionali".
Lasciare la Daunia per scendere al Tavoliere è come lasciare alle spalle un mondo antico e dimenticato per un mondo più vivo, più moderno e razionale, con i grandi campi di frumento, le strade. rettilinee, il paesaggio geometrico, una città attiva come Foggia o i grossi centri come San Severo di case bianche che ricordano la Puglia estiva e contadina. Ma poi, dirigendosi verso il Gargano, i monti aspri e dolenti riappaiono dominati dall'alta e nuda gibbosità del Monte Calvo e con gli stessi villaggi (Apricena, Sannicandro, San Marco, San Giovanni Rotondo) ammassati sulle alture. Anche toccando la costa settentrionale, rotta dai laghi di Lesina e Varano, che introducono in un inconsueto paesaggio lagunare, con le calme acque punteggiate dalle barche dei pescatori, non si avverte ancora la vicinanza delle visioni marine del Gargano.
La penisola, lo «sperone d'Italia», coglie di sorpresa il visitatore appena si giunge a Rodi Garganico. I monti sono ancora gli stessi, ma ora si aprono direttamente al mare e la costa, una fuga di promontori rocciosi e di placide raccolte insenature cinte d'ulivi, di pini, di lauri e d'agrumi, introduce una nota nuova, fondamentale, che cambia di colpo le immagini colte nella marcia d'avvicinamento. Le visioni più inaspettate le offre il tratto tra Peschici e Vieste. A Peschici soprattutto è incantevole sostare e dall'alta terrazza del paese osservare già l'insenatura selvaggia con gli scogli che la delimitano: sembra lontanissima e profonda, aperta a un mare che s'incurva verso orizzonti non ignorati e perciò senz'angoscia.
E sugli scogli rocciosi verso Manacore, con i loro antri selvaggi e verde-azzurri, sembra di rivedere mitiche figure di Ulìssidi approdati da quel mare, quieti e indisturbati nel silenzio e tutti intenti a scheggiare selci, a raccogliere crostacei, ripulirli e cibarsene, con gesti lenti, eterni, che solo si giustificano nell'immutabilità oziosa del paesaggio. Il Gargano, così intatto com'è giunto sino a noi, induce a queste facili evocazioni, legittimate del resto dalla ricca preistoria che questo lembo di terra proteso verso l'Oriente illirico e poi bizantino ha avuto. E questi motivi costieri, le grotte verde-azzurre e risonanti, i pini odorosi, gli ulivi centenari, i lauri rilucenti, si ripetono lungo tutto l'arco estremo della penisola e si ritrovano anche nell'isoletta di San Domino nelle Tremiti. A queste componenti mitiche e incantevoli si aggiunge poi il motivo dei paesi arroccati sopra il mare, rifugi di un'umanità vecchia e tribolata di pescatori che vivono col mare (pescando dai promontori con quelle loro grandi e complesse macchine, i trabucchi), e di contadini che sfuggono il mare per raggiungere i campi sulle brulle dorsali dei monti che, verso l'alto, si ammantano della grande Foresta Umbra, lembo sopravvissuto di paesaggi antichi miracolosamente non raggiunti dalla distruzione. Rodi, Peschici, Veste, Mattinata fanno corona al lungo perimetro. Ma Monte Sant'Angelo, sopra il grande arco costiero di Manfredonia, è un paese a sé; sta immerso in un ambiente che non ha eguali, altissimo sopra il mare, con aperture totali verso la cupola mediterranea: un angolo straordinario d'Italia, esotico e incredibile, con le vecchie case, i vicoli, le gradinate vertiginose, il santuario sotto la roccia che raccoglie la devozione di gente prostrata da secolari frustrazioni, da una povertà sfociata in un'emigrazione dolorosa e senza rimedio.
I bianchi avventurosi paesi sono oggi quasi privi di giovani e con la loro assenza sembra perduta anche la speranza di una loro redenzione. Il turismo, che sta entrando di prepotenza nelle silenziose e raccolte insenature, forse non guarirà questi paesi dalla vecchia malattia che li rode pur dentro paesaggi che sono tra i più meravigliosi delle coste italiane.

GIRO DEL GARGANO

Il promontorio del Gargano

Il promontorio del Gargano si erge nella parte settentrionale della Puglia e si spinge nell'Adriatico a guisa di sperone, lo «Sperone d'Italia». La massa montuosa è del tutto indipendente dal sistema appenninico e si innalza, dal Tavoliere, in successivi balzi sino a raggiungere e superare i mille metri (NI. Calvo 1055 m e Montenero 1012 m).
La caratteristica dominante del Gargano, dovuta alla natura e alla giacitura delle sue rocce, è il suo diffuso carsismo che, mentre assume aspetti imponenti in superficie, comprende, in profondità, grotte e voragini di cui un buon numero inesplorate.
La montagna garganica, un tempo ricoperta da un manto boscoso imponente e magnifico, anche oggi conserva foreste estese che rappresentano un indubbio richiamo turistico.
La parte del promontorio, proprio di fronte alle deliziose Isole Tremiti, è piatta e sabbiosa ed è rallegrata da due interessanti laghi: Lesina e Varano.

Il collegamento autostradale

Con la bellissima autostrada Adriatica che, unitamente alla superstrada Foggia-Manfredoma, lambisce il Gargano toccando San Severo e Foggia, la rete stradale della Daunia è collegata direttamente al complesso autostradale dell'Italia centro-settentrionale e dell'Europa centrale e settentrionale.
Tutte le strade della provincia di Foggia comunque sono larghe e ben tenute e uniscono i vari centri turistici del Gargano. La Statale N. 16, la più importante, tocca strade statali, provinciali, comunali e consorziali, collegamenti per le località turistiche del Gargano.

Lo Sperone d'Italia

Il nostro itinerario inizia nei pressi della stazione ferroviaria di Foggia dove, imboccata la superstrada già nota come la Via del Mare, raggiungiamo Manfredonia (km 38) e da qui, addentrandoci un po' nella zona interna del Promontorio, giungiamo a Vieste (km 99).
Da Vieste proseguendo sempre sulla statale, che in questa zona è molto panoramica, arriviamo a Peschici (km 121,8). E sempre la meravigliosa strada costiera che ci condurrà a Rodi Garganico (km 137), a Cagnano Varano (km 154,4), a Sannicandro Garganico (km 177,4), ad Apricena (km 192) e a San Severo (km 204,6). Siamo tornati in piena pianura. A San Severo prendiamo la strada provinciale per Torremaggiore (km 212,4) e per Castelnuovo della Daunia (km 235). Qui il terreno è mosso da piccole alture e la strada presenta qualche modesto dislivello, per altro interessante per il panorama sulla pianura dauna. Da Castelnuovo raggiungiamo Pietra Montecorvino (km 242,4) e Lucera (km 261). A Lucera deviamo e percorriamo un bellissimo rettilineo che ci riporta a Foggia, dopo aver percorso circa 280 chilometri.
Data l'importanza turistica del Gargano, vi suggeriamo anche qualche variante. Appena usciti da Foggia, dopo 5,5 chilometri, lasciamo la superstrada e voltiamo a sinistra prendendo la provinciale che porta a San Marco in Lamis (km 36,9), San Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo (km 64,9) e da qui, attraverso tutta la famosa Foresta Umbra e Vico del Gargano, raggiungiamo la strada che da Peschici porta a Rodi Garganico (km 118,1).
Consigliamo anche una passeggiata per raggiungere Monte Sant'Angelo da Mattinata (km 24,7); vi suggeriamo poi un'altra variante per vedere i due laghi del Gargano: il lago di Lesina e il lago di Varano. Giunti a Rodi Garganico, invece di proseguire sulla statale, prendiamo la pittoresca litoranea che costeggia anche il lago di Varano, continuiamo sino a sfiorare il lago di Lesina e, sempre per la medesima strada, raggiungiamo Sannicandro Garganico (km 38,4).
Da Lesina, a sinistra, raggiungiamo l'Adriatica, bellissima e molto larga, e da qui, a destra, Marina di Chieuti (km 34,9) sul mare. Rientriamo poi, per una comoda strada provinciale, a Serracapriola (km 33,3) e, con un tratto della statale che porta a San Severo, riprendiamo l'itinerario principale a Torremaggiore (km 71,6).

Località balneari e antichi monumenti

Alle bellezze naturali del Gargano, all'incanto della Foresta Umbra, alla spiritualità di San Giovanni Rotondo, dobbiamo aggiungere i monumenti di ogni epoca e le testimonianze storiche che il Promontorio ci offre.
Manfredonia, la porta del Gargano, brillante centro turistico, è anche una cittadina ricca di tesori storici e artistici. Fu fondata nei pressi delle rovine dell'antica Siponto da Re Manfredi e conserva ancora un bel castello con i torrioni che guardano il mare.
Mattinata sorge su un'altura ed è adagiata fra gli olivi. Vieste, l'estrema città orientale del Gargano, appoggiata a un promontorio roccioso, è una località turistica orinai affermata, con i suoi villaggi turistici, i camping e gli alberghi che si affacciano sul mare costellato di minuscole isolette. Peschici è situata su una punta rocciosa ai cui piedi vi sono una spiaggia dorata, il porticciolo e il caratteristico scoglio dei Monacelli.
Rodi Garganico, su un promontorio alto una cinquantina di metri, è un centro turistico in continuo sviluppo e una delle tante basi di partenza per le escursioni alle Tremiti e verso i laghi, dai quali dista appena qualche chilometro.
Sannicandro Garganico, uno dei più popolari centri del promontorio, si adagia su una amena collina ed è dominato da un castello dei XV secolo e da un aguzzo campanile. Nella zona sono presenti grotte e interessanti fenomeni carsici.
Lucera, infine, consente di ammirare un ampio panorama dal suo giardino pubblico e offre al visitatore una serie di suggestive attrazioni: il Duomo e la chiesa di S. Francesco del XIV secolo, la Fortezza di Carlo d'Angiò, affiancata dai ruderi del duecentesco castello di Federico 11, il Palazzo di Città, il Palazzo Lombardi, il Palazzo Vescovile.

San Giovanni Rotondo e il «Frate dalle Stimmate»

Un breve cenno delle località meta di varianti o di passeggiate. A San Giovanni Rotondo i pellegrini giungono da ogni parte del mondo per visitare il luogo in cui viveva Padre Pio da Pietrelcina, il «Frate dalle Stimmate», creatore della grandiosa opera benefica «Casa Sollievo della Sofferenza».
San Marco in Lamis è interessante per i dintorni e per il Convento di S. Matteo. Monte Sant'Angelo è il maggior centro garganico e, con i suoi 796 metri, uno dei più elevati di tutta la Puglia. Lesina, su un piccolo promontorio, domina il lago omonimo ed è centro di partenza per gite sul Lago Salato.
Questo senso classico di una misura in ogni cosa lo si riscontra persino nella stessa organizzazione turistica esistente. Basta andare da Bari verso nord: ecco Palese, con le sue villette, i ristorantini, l'albergo nuovo; ecco Lido Santo Spirito con gli oleandri in chiara funzione decorativo-balneare; ed ecco poi Giovinazzo e Moffetta centri seriamente marinari e Bisceglie e Trani, dove il passato maestoso non è in vendita sulle bancarelle di souvenir ma resta scritto nei muri cittadini, attrattiva il cui richiamo seleziona il turista dal vandalo estivo. 0 da Bari verso sud: San Giorgio, Torre a Mare, Mola di Bari, Cozze, giù fino alle rovine di Egnazia. Che costa verde e solitaria - qualche villetta, sì, qualche albergo, o un circolo dei forestieri, o un campeggio - ma che atmosfera ariosa, esaltante, tersa, lungo questa costa di rocce basse e frastagliate.
E per capire quale sarà la modernità di domani, quando le cromature del nostro improvviso benessere si saranno scrostate, fermiamoci a Polignano a Mare: un incastro di case, roccia e mare, un gomitolo di stradine ognuna su uno sfondo azzurro, sostenuto da una spuma di scogli ricamata dall'acqua.
Orci di terracotta infiorano il paese senza vegetazione. Su una spiaggia a mezzaluna l'unico stabilimento balneare, con i capanni di bambù. Qui, la Puglia ha avuto la fortunata ventura di perdere il passo con gli ultimi due decenni, così che oggi risulta avanti di altri due.

Resisterà la bellezza di questi luoghi all'onda di ritorno, quando su di essi si riverserà la folla evasa dalle prigioni balneari, in cerca di natura e di vita?
di Edgardo Batoli



I luoghi di Federico II, LE MURGE E LA COSTA BARESE

Le Murge sono l'elemento dominante del paesaggio nella Puglia centrale. L'altopiano, non molto alto (fino ai 66 m), digrada da un lato verso l'Adriatico in ampi gradini coltivati a frutteti, oliveti nelle file inferiori, a pascolo e a distese ondulate di grano nella parte superiore.
Dal lato opposto al mare l'altopiano, sempre pieno di rughe e grotte e doline e solchi come tutti i terreni calcarci di tipo carsico, scende bruscamente nella cosiddetta Fossa Premurgiana, una fascia di terreno ondulata o pianeggiante posta fra i roccioni delle Murge e le propaggini dell'Appennino.
Mentre percorriamo la costa, notiamo una particolarità: alle vivaci cittadine costiere corrisponde un allineamento parallelo di grossi borghi agricoli disposti sui primi gradini delle Murge, 10 o 15 km all'interno tra una doppia fila di centri abitati che si guardano: Giovinazzo e Bitonto, Molfetta e Terlizzi, Bisceglie e Corato, Trani e Andria, Barletta e la più distante Canosa.

Le strade di accesso

La statale Adriatica segna il nostro percorso nel tratto da Bari a Barletta. Facile è l'immissione dalle stazioni dell'Autostrada Canosa-Bari.
Dalla Basilicata, le arterie principali da utilizzare sono la Melfi-Canosa, o meglio la Venosa-Spinazzola, la Potenza-Gravina, e il breve tratto della statale Matera-Altamura. Da Taranto proviene la statale che porta fino a Bari, praticamente parallela l'autostrada.

Sui luoghi di Annibale, dei Normanni e di Federico II

Attraverso la centrale via Napoli usciamo da Bari, lasciandoci sulla destra il quartiere della Fiera del Levante, e siamo sulla statale 16, Adriatica.
A sinistra, bivio per l'ampia circonvallazione esterna alla città; poi, dallo stesso lato, l'attivo aeroporto e - a Macchie e Palese - le strade secondarie che lo raggiungono, e che proseguono poi verso Malanno.
Ci accoglie sulla costa la frazione di Santo Spirito, centro balneare; bivio a sinistra per Bitonto. Dopo 18 km, ecco Giovinazzo, con strade a sinistra verso Bitonto e Terlizzi.
In rettilineo, da Giovinazzo proseguiamo per Molfetta, che attraversiamo, trovando a sinistra le strade per Bitonto e per Terlizzi; oltre la città, a destra verso la spiaggia una breve strada per la Madonna dei Martiri.
La statale Adriatica prosegue per Bisceglie: a sinistra, numerose strade locali, indi in quest'ultima città (km 37,2) bivi dallo stesso lato per Ruvo di Puglia, Corato e Santa Maria di Giano.
Usciamo da Bisceglie, e attraversiamo una "lama" che, nella Grotta di Santa Croce (raggiungibile per un viottolo che scende sulla sinistra), ha rivelato uno dei più antichi insediamenti umani nella regione pugliese.
Proseguiamo verso Trani, annunciata dai vigneti del suo ottimo moscato; all'entrata della città troviamo a sinistra il bivio per Corato, e all'uscita quello per Andria. La strada si stacca un poco dalla costa, segue la ferrovia, trova sulla sinistra (a 500 m) il Santuario della Madonna dello Sterpeto; e infine eccoci a Barletta (km 58,7), ove una raggiera di strade conduce verso l'interno: successivamente verso Andria, verso la lontana Minervino Murge, verso Canosa di Puglia, oltre a carrozzabili minori. La prima, per Andria e Castel del Monte e poi verso Corato girando a destra, raggiunge il nostro itinerario a Gravina di Puglia.
Seguiamo sempre l'Adriatica: sulla destra, strade secondarie per la costa e poi, prima di varcare l'Ofanto, bivio a sinistra per Canne (km 67,2). La carrozzabile risale il sinuoso corso del fiume e trova sulla sinistra il Museo e il Sepolcreto. La località si raggiunge anche da Barletta percorrendo la strada per Canosa: dopo 9,2 km bivio a destra per Canne.
Da Canne, torniamo sulla strada posta alla destra dell'Ofanto e risaliamo il fiume verso monte (uscendo dal bivio per Canne, a sinistra); dopo due attraversamenti della ferrovia sbuchiamo sulla strada Cerignola-Andria; a destra si va a Cerignola e noi giriamo per Canosa (km 87,8), che è annunciata da un caratteristico monumento, l'Arco Romano (detto anche Porta Varrone).
Canosa si trova al centro d'una vasta diramazione di strade: noi l'attraversiamo ad angolo retto, lasciando a sinistra le direttrici per Barletta e l'autostrada, per Andria e il raccordo con la strada per Spinazzola; prendiamo a destra la secondaria per Minervino Murge, trovando ancora dallo stesso lato la strada per Melfi e la Basilicata. Questa carrozzabile ci porta a Minervino Murge in 15,8 chilometri; con un percorso più lungo, possiamo giungere alla stessa città seguendo la statale che porta a Gravina di Puglia.
Continuiamo su questa, in discesa dall'alto abitato di Minervìno che appare sulla collina, passiamo tra i terreni della bonifica del Locone, scendiamo nella valle di questo fiume e poi risaliamo: ecco Spinazzola (km 120,8). Siamo sull'orlo dello spartiacque: da un lato i fiumi corrono verso l'Adriatico (bacino dell'Ofanto), e dall'altro verso il Bradano (Mar Ionio). A destra è la statale per Genzano di Lucania e Potenza. Noi prendiamo a sinistra, lasciando un raccordo con la stessa statale, e con quella per Venosa, scendiamo in una valle e risaliamo poi nettamente al Ponte Impiso: a sinistra, la strada di collegamento con le vie che portano sull'Adriatico. Seguiamo la ferrovia, nella fossa posta fra le Murge e i rilievi appenninici. In alto sono il castello di Garagnone con la omonima masseria, e alcune antiche grotte sulle pareti di una "lama".
Strada a destra per Poggiorsini e a sinistra per Trullo e per Corato. Scendiamo infine nel vallone, lo superiamo a Ponte Pescara, incrociamo tre linee ferroviarie e siamo a Gravina di Puglia (km 158,7).
Si lascia a sinistra la statale per Corato e Trani, e si trova la Bari-Potenza, che a destra conduce a Irsina e verso Potenza; la prendiamo invece a sinistra, per Altamura (km 170,3) che ci appare dopo un tratto ondulato. La città è un importante nodo stradale: è attraversata dal percorso che noi seguiamo verso Bari avendo a sinistra un raccordo per Corato e una carrozzabile per Ruvo, e a destra per Matera, una strada per Laterza, per Santeramo e Gioia, e due carrozzabili locali per Cassano.
Sulla via di Bari, troviamo a sinistra il bivio che conduce al Pulo di Altamura, una delle maggiori e più pittoresche doline pugliesi. Più oltre, dopo due attraversamenti ferroviari, si scende dal terrazzo superiore delle Murge, coltivato a cereali e a pascolo con gruppi di vecchie querce qua e là, ai gradini inferiori ricchi di mandorli e d'olivi; ancora un attraversamento della ferrovia, poi l'incrocio con una strada che a destra va verso Cassano e a sinistra verso Terlizzi. Ecco poi a sinistra una carrozzabile locale che conduce ancora alla strada per Terlizzi e al santuario di Quasani; a destra, via per Toritto e Grumo Appula. Siamo infine a Palo del Colle, che ci mostra in alto il suo quartìere medievale (Terra di Palo) e nel piano l'attivo Borgo moderno; a sinistra carrozzabili per Ruvo e Bitonto, a destra per Bitetto.
Rientriamo a Bari attraverso Modugno, ove troviamo un groviglio di strade: a sinistra per Bitonto e Andria, il collegamento con l'autostrada e una secondaria verso Palese; a destra, strade locali per il centro cittadino e di qui per varie località. Siamo a Bari dopo aver superato lo sbocco dell'autostrada e il grande raccordo esterno; i chilometri dei percorso sono 215,9.

Dal balcone di Puglia

Sul percorso lungo la costa possiamo avere esempi delle "lame", letti asciutti di torrenti profondamente incassati nel terreno calcareo nel cui fondo si coltivano ortaggi e frutta. Il Pulo, presso Molfetta, offre un accessibile e impressionante esempio di dolina carsica, assai pittoresca.
Dalla villa Comunale di Trani, fra il verde, bella veduta sul mare e sul porto e tappa riposante nella calura. Altro bel panorama di porto e di mare si gode dalla vasta piazza del castello dì Barletta, avendo alle spalle la quadrata e severa mole dello stesso, o dall'attigua via Cafiero.
Un buon punto di osservazione è la sommità del colle ov'è il castello di Canosa, con ruderi dell'antica acropoli e della rocca medievale: di lassù si gode la vista sul mare, sul corso serpeggiante dell'Ofanto e su Cerignola col verde Tavoliere. Naturalmente, non possiamo dimenticare che Minervino Murge è chiamata «il balcone di Puglia». Vogliamo affacciarci? Il punto più indicato è il faro (Monumento votivo ai Caduti): siamo nelle Murge alte, e si ammira un panorama incantevole dei gradini dell'altopiano digradanti sul mare, da un lato, e dell'Appennino dall'altro.
Da Spinazzola a Gravina, abbiamo la visione di numerosi scorci pittoreschi delle Murge, viste da dietro ove scendono più ripide e severe.
Bellissima è la posizione naturale di Gravina, sull'orlo dei burrone: questo appare in tutta la sua imponenza dal ponte-viadotto e specialmente da un piccolo campanile sul lato opposto alla città; un altro punto d'osservazione interessante è il poggio su cui sorge il castello di Federico II.

Dalla Disfida di Barletta alla Battaglia di Canne

Giovinazzo è una cittadina di aspetto moderno, che tuttavia conserva una mirabile cattedrale di tipo romanico-pugliese (XII secolo, ma variamente rimaneggiata): belli e conformi all'architettura originaria sono il fianco destro con il bel portale, e l'abside con archi incrociati e finestrelle, che è serrato fra due campanili. L'interno è in stile barocco; all'altare maggiore è una Madonna col Bambino, dei XIII secolo. Suggestiva la passeggiata che vi consigliamo di compiere nel borgo medievale, fra vie anguste, torri e palazzi.
Molfetta è una città moderna, con varie attività industriali e uno dei più attivi porti pescherecci della regione. li nucleo dell'abitato è su un minuscolo promontorio, ha una forma a trapezio, con caratteristiche medievali. Di fronte al porto è il duomo vecchio di S. Corrado (XII-XIII secolo), che è la più grande delle chiese romaniche pugliesi caratterizzate dalle cupole (tre, disuguali) a piramide su base poligonale; belli i due campanili a bifore, e l'interno a tre navate, ricco di slancio e pieno di influssi romanico-lombardi, bizantini e persino musulmani.
La chiesetta della Madonna dei Martiri risale a un ospedale dei Crociati del XII secolo: l'altare maggiore ha una preziosa icona bizantina venuta da Costantinopoli nel 1188.
Da Molfetta, una breve deviazione (km 2) verso l'interno conduce al Pulo, una cavità nel terreno calcareo simile alle doline carsiche: le pareti ripide e rocciose della colossale buca (170 m x 130 m, profondità 35 m) mostrano tracce di abitazioni preistoriche (grotte, un villaggio di capanne, una necropoli neolitica).
Bisceglie giace su un ripiano che domina un piccolo porto e una spiaggia frequentata. t di origine medievale e presenta alcuni monumenti pregevoli di questo evo: la piccola chiesetta di S. Margherita in stile romanico-pugliese, la chiesa di S. Adoeno che risale al 1074 e la cattedrale (X1-XIII secolo) col ricchissimo portale e un bel coro in legno intagliato, ove sono raffigurati 70 personaggi dell'Ordine Benedettino.
Fra le escursioni da compiere, se appena ci è possibile, una è quella che da Bisceglie ci porta per breve tratto (5 km) sulla strada per Corato e poi a destra in località Chianche, dove troveremo uno dei maggiori dolmen che siano conosciuti. L'altra è quella che dopo Corato a sinistra porta a Ruvo di Puglia per ammirare la splendida cattedrale romanica e il Museo Jatta che conserva la collezione dei famosi vasi di Ruvo dell'VIII e III secolo a.C.
Trani è famosa per la bontà del suo Moscato, per il vigore del suo vino rosso da taglio, per l'utilità della sua pietra da costruzione (marino di Trani), e anche per la spettacolare Cattedrale che s'innalza a dominare il mare.
Da ammirare in Trani sono anche il Castello, di costruzione sveva, la chiesa romanica di Ognissanti coi bei portici e portali, e il quattrocentesco Palazzo Caccetta. Barletta è certamente impressa nella nostra memoria per la famosa Disfida, l'impresa che da ragazzi ci entusiasmava dalle pagine dei libri scolastici: i nomi dei 13 cavalieri italiani che nel 1503 vinsero altrettanti campioni francesi (che avevano messo in dubbio il valore italiano) sono ricordati in un'edicola posta in piazza della Sfida; su questa si affaccia la cantina della Sfida, ricomposta con arredamento dell'epoca. Il monumento più curioso della città è però la statua di bronzo detta «il Colosso» (alta 4,50 m): risale al IV secolo ed è forse l'immagine dell'imperatore Valentiniano I.
Il Duomo di Barletta ha elementi gotici su una struttura romanica. Notiamo la facciata, alta e alleggerita da finestre assai lavorate e da un rosone; il portale è del Rinascimento; il ciborio dell'altar maggiore è dei XIII secolo.
Canne della Battaglia è una zona archeologica ove tuttora si succedono campagne di ricerche. Qui sorgeva Canne, la cittadina che diede il nome alla battaglia persa dai Romani contro Annibale nel 216 a.C., che si svolse nei pressi. Sono stati rimessi alla luce tratti di mura, porte, strade, edifici di epoca preromana, romana e medievale. Un vasto sepolcreto ai piedi della collina si pensava fosse inizialmente dedicato ai caduti nella storica battaglia; è dimostrato invece essere d'epoca più recente, attorno all'anno Mille, quando la città era fiorente (fu poi definitivamente distrutta dai Normanni). Nella stessa area si trovano inoltre un menhir, monumento preistorico dell'Età del bronzo, i resti d'un villaggio apulo, e reperti archeologici vari dalla Preistoria al Medioevo. Interessante materiale è raccolto nel museo cannense, insieme a plastici e pannelli della battaglia.
A Canosa di Puglia ammiriamo la Cattedrale: iniziata a metà dell'XI secolo, fu consacrata nel 1101 ma poi fu più volte trasformata. Fermiamoci nel piazzale a destra ad osservare le cupole caratteristiche (sono cinque), e parte dell'antica struttura. Nell'interno dell'antica cattedrale sono rimasti l'abside (con le cupole, sorrette e congiunte da archi che poggiano su pregevoli colonne), il transetto e le ultime due campate della navata; le prime tre campate sono moderne. Il bel pergamo quadrangolare reca scolpito il nome dell'autore, Acceptus, ed è vecchio di quasi 850 anni; di soli otto secoli è antica la cattedrale vescovile che è, al centro degli stalli canonicali, nell'abside. Il visitatore riconosce in tutta la parte antica, fusi tra loro, elementi bizantini, romanici e musulmani. A lato (ingresso a destra del transetto) è la tomba di Boemondo, l'eroe della Prima Crociata che fu sire di Antiochia e che, morto in Palestina, volle essere sepolto qui; si tratta di una cappellina quadrata rivestita di marmo: ha una cupoletta di sagoma orientale con finestrelle, e una porta con battenti in bronzo, bellissima. Sono molto interessanti gli Ipogei Lagrasta, tombe in più stanze scavate nella roccia (IV sec. a.C.); nella più grande, si entra da un corridoio in discesa e si passa da un atrio con colonne ioniche.
Minervino Murge ha un castello del Trecento adibito a municipio e una cattedrale normanna con facciata rinascimentale.
Di Spinazzola notiamo la Cattedrale, circondata da un caratteristico quartiere di origine medievale.
Il nome gravina significa profondo burrone inciso su terreni calcarei, e tale posizione sull'orlo del dirupo è la caratteristica fondamentale della città che porta tale nome, la quale tuttavia non manca di pregevoli monumenti: il Duomo rinascimentale (con resti di precedenti strutture romaniche e gotiche) e la chiesa di S. Michele, che è una grotta scavata nella roccia con 5 navate, sulla parete del precipizio. t interessante la sezione archeologica del Museo Pomarici Santomasi.
Altamura ha ancora buoni tratti di mura antichissime (V sec. a.C.) e nel cuore della bella città vecchia innalza una pregevolissima Cattedrale, iniziata sotto Federico 11, con elementi romanici e gotici, modificati in parte nel XVI secolo. La facciata del Trecento è ornata dal più splendido portale della Puglia, con finissimi rilievi che illustrano episodi del Vangelo, e da un bel rosone; la fiancheggiano due campanili cui furono aggiunte due cuspidi barocche; da osservare il fianco destro, con stupende arcate e portale.

A Castel del Monte

Una prima variante del nostro percorso può essere quella che da Barletta giunge a Gravina in 66,9 chilometri. In tal modo si saltano Canne della Battaglia, Minervino e Spinazzola, ma si vede quella meraviglia architettonica che è Castel del Monte, capolavoro degli Svevi e purissima costruzione gotica, un prisma ottagonale, massiccio e slanciato nello stesso tempo, con otto torri agli otto spigoli, anch'esse ottagonali; su ogni faccia c'è una grande finestra, ad arco pieno nel piano inferiore, e una bifora ogivale a quello superiore. Il portale è grandioso.
Si consiglia di fare il giro completo del castello; la visita dell'intemo è interessante e il panorama dall'alto è stupendo.
Vi si giunge da Barletta, percorrendo la strada che passa per Andria, con bivio a destra per Castel del Monte.
Si può abbreviare l'itinerario prendendo a Trani la strada per Gravina di Puglia, facendo una escursione a Castel del Monte con una deviazione a destra poco dopo Corato.
Corato, di incerta origine, ma certamente fortezza bizantina, presenta interessanti monumenti, seppure rimaneggiati, e tracce cinquecentesche (portali, finestre, ecc.) nel quartiere vecchio.
Andria è la più popolosa città della provincia, dopo Bari, e offre al visitatore importanti monumenti tra i quali citiamo: il settecentesco palazzo Ducale; la chiesa di S. Francesco (XIII-XIV secolo); il Duomo, di origine romanica, con un bel campanile e un ricco intemo (bella cripta e tesoro in sacrestia); S. Domenico, iniziata alla fine del Trecento e assai rimaneggiata in seguito, conserva una scultura del Laurana e i resti dell'originario chiostro ogivale.
La chiesa di S. Agostino, fondata nel Duecento dai Cavalieri Teutonici, ha un mirabile portale ogivale. Merita una visita anche la vicina basilica di S. Maria dei Miracoli eretta nel XVI secolo sopra una grotta basiliana che ne costituisce la cripta, preceduta da un ricchissimo ambiente diviso da pilastri dai quali si innalza una bella cupola.
L'interno è rinascimentale con decorazioni barocche e un bellissimo soffitto ligneo.
Un'altra variante, che allunga l'itinerario, è il percorso da Altamura a Santeramo in Colle, poi Cassano, Sannicandro e Bitritto. Cassano giace ai piedi del secondo gradino delle Murge ed è frequentato centro di villeggiatura.
Da vedere il presepe in pietra dipinta conservato nell'ex Convento di S. Maria degli Angeli. A 7 km la foresta demaniale Mercadante, creata nel 1933 per fermare le acque alluvionali.
Sannicandro è un popoloso centro agricolo che conserva il castello, ora ridotto ad abitazione, con sette torri, eretto da Federico II. Grandioso il monumento ai Caduti di Saverio Dioguardi.


NEL REGNO DEI TRULLI

Francesco Saba Sardi

Curioso destino, quello della Puglia in generale e delle Murge in particolare. I secoli d'oro dei viaggiatori stranieri in Italia, il Settecento e l'Ottocento, videro pittori, poeti, cronisti e giramondo puntare alla Campania e alla Sicilia, alle isole, al basso Tirreno e alla costa ionica, ritenuti i luoghi del sole e delle rovine, dei briganti e delle taverne, della povertà pittorica e delle danze popolari e sfrenate: ignorando però gli antichi domini dei Normanni, girando al largo da castelli svevi e cattedrali, grotte di sogno e residui del Neolitico, ciechi perfino alla presenza dei trulli. Accadde così che il mito dell'Italia, nocciolo di tutto ciò che oggi ancora attira da noi i turisti, non riguardasse la Puglia e le Murge, per loro sfortuna o forse fortuna).
Un viaggiatore in cerca di impressioni qui scoprirà come la regione sia un tutto unitario, la meno meridionale e la meno prorompente delle terre del Sud: la «Puglia piana, la magna Catapana» che re Enzo, prigioniero a Bologna, pateticamente rimpiangeva. Ma subito dopo scoprirà una stratificazione, una varietà, un'imprevedibilità, esemplificata dalla facilità, oserei dire anzi disinvoltura, con cui l'antico, a volte l'antichissimo, qui convive accanto all'utilitario, al pragmatico, al concorrenziale, grazie a un comune denominatore di asciuttezza, simmetria, chiarezza addirittura cartesiane. E se è vero che ogni regione ha un luogo, un angolo che la riassume, la Puglia questa sua sintesi la trova nelle Murge dei trulli, quel lembo di terra tra Martina Franca, Alberobello, Locorotondo e Selva di Fasano, in cui si direbbero concentrati interi l’enigma e il fascino della civiltà italica.
Le vecchie guide turistiche suggerivano di arrivarci per ferrovia, lungo la linea Casamassima-Putignano. Anche chi, oggi, preferisca l'automobile, converrà vi venga dal mare, da Bari o Monopoli, addentrandosi lentamente, quasi una iniziazione, nel regno dei trulli o "caselle" come anche si chiamano questi anelli concentrici di "chiancarelle" ovvero schegge di calcare. Perché di un regno a sé, di un'isola senza tempo parrebbe effettivamente trattarsi. E' un altopiano ondulato, di terra rossa, fitto di basse vigne, inverdito di boschi di lecci e macchie di carrubi, rigato da interminabili muretti a secco. Sarebbe il Carso, per l'aspra costituzione geologica, non fosse per la dolcezza dei profili, sì che questa terra assume una morbidezza da campagna inglese, ravvivata dallo splendore del cielo mediterraneo. Il frazionamento della proprietà terriera ha disseminato i trulli ovunque: sorgono, a gruppi o isolati, in tutta la favolosa valle di ltria, tra Locorotondo e Martina Franca; s'aggregano attorno a masserie dalle alte muraglie che si direbbero scozzesi; si allineano lungo le vie in curva alla periferia di Alberobello. E le vicende storiche, le guerre, le ristrutturazioni economiche e politiche, l'influenza levantina e il Regno di Napoli, l'inserimento nel Regno d'Italia, l'emigrazione, il neocapitalismo, non sembra siano stati abbastanza forti da alterare l'autentica, intatta arcaicità di questo mondo fiabesco.
I trulli derivano, pare, dal tholos greco; e vi diranno che c'è un sostrato magico-esoterico, che queste singolari costruzioni sono, oltre che abitazioni, monumenti; miti in pietra, emblemi com'è comprovato dalla simbologia grafica, rozza ma efficace, che spicca dipinta sulle spirali di pietre di cui consistono: gli abitanti vi faranno vedere, compiacenti e compiaciuti, la nitidezza e pulizia degli ambienti interni, l’etnologo vi spiegherà che le costruzioni in sé non sono molto antiche, ma che remota è la tradizione che le ha generate. Forse, un tempo, il trullo unicellulare non serviva da abitazione: era, sparso nei campi, un'edicola e insieme un deposito di attrezzi agricoli. Ma la ricca Puglia, depredata da voraci padroni, s'è impoverita nei secoli, e l'agricoltore venne a vivere in questi "tempietti", moltiplicandoli in corrispondenza alla crescente complessità del nucleo familiare, sicché oggi sovente i trulli appaiono quali i fitti acini di un patriarcale grappolo. Ma, soprattutto, essi sono una lezione: venire qui è abbeverarsi al vivo insegnamento delle tradizioni, è riscoprire quella serenità di rapporti tra uomo e mondo che i miti attribuiscono all'Età dell'Oro. Non che il contadino che vi abita sia meno alienato e povero dello zappaterra di Manduria o della vicina Basilicata, anch'egli infaticabilmente alle prese con una terra ingrata, tutta da "spietrare" materialmente e sociologicamente. Ma, per chi viene da altrove, dalle città brulicanti quest'è un'esperienza imprevedibile, unica, indimenticabile, cui il paesaggio singolarissimo conferisce ulteriore incisività. E un suolo scavato da gravine e grotte (quelle di Castellana costituiscono il complesso geologico più grandioso e spettacolare d'Italia); la campagna, verde e rossa, è una sequenza matematica di perfette arature, vigneti, oliveti, boschetti; e Locorotondo è un compatto giro di case, un candido dedalo; Martina Franca un latteo groviglio su cui spicca la barocca grafia di volute grigie, ferri battuti, velature rosa; Ostuni, ai margini della zona, è uno stiparsi di bianche case entro gli annosi bastioni circolari. Sono le città d'un tempo che fu, in cui si dominava la materia espressiva, non il proliferante disordine dell'agglomerato odierno. Per questo le Murge possono dirsi anche fortunate. Escluse dai benefici della vita d'oggi, ne ignorano però anche i molti svantaggi, le tante umiliazioni. Ansiose di dimenticare il secolare gravame della povertà e della retorica che liricizza il sole implacabile, il gregge nero, la cisterna asciutta, riescono tuttavia, isola felice, a non divorare se stesse. Neppure la civiltà dei consumi è riuscita ad adulterare il "bianco secco" che altrove diviene sceltissimo spumante, né la schiettezza del cibo genuino, né soprattutto la benevola cordialità e disponibilità della gente che abita le Murge.

I trulli

L'acqua che scompare

Le Murge sono un altopiano che si eleva dal mare a gradini successivi, raggiungendo l'altezza di poche centinaia di metri. Un geografo ha scritto che nella Puglia il paesaggio è tutto «in orizzontale»: forme piatte, distese, lievi colline. La natura calcarea del terreno provoca però fenomeni notevolissimi. L'acqua piovana, nei secoli, ha il potere di sciogliere lentamente il calcare: ha scavato dunque stretti valloni e dirupi (gravine) alla superficie, ma è anche scomparsa del tutto nel sottosuolo con inghiottitoi, imbuti, voragini. Laggiù ha modellato grotte meravigliose e le ha adornate di stalattiti e stalagmiti in concrezioni pittoresche.

Le strade di accesso

Si giunge a Bari, punto di partenza del nostro itinerario, sulla Statale N. 16, Adriatica, Che poi nel tratto Monopoli-Bari coincide con il nostro percorso di ritorno; oppure dall'autostrada, per Canosa di Puglia.Da Matera si giunge a Santeramo e da qui si arriva al nostro tracciato, ad Acquaviva o a Gioia del Colle. Da Taranto, si risale a Martina Franca e Locorotondo puntando verso l'Adriatico.

La Murgia dei trulli

Usciamo da Bari verso sud sulla via Amendola, passando accanto ai moderni edifici universitari. Incrociamo, alla stazione di Mungivacca, una strada di circonvallazione che percorre un semicerchio del raggio di circa 6 km attorno al centro della città, ricollegandosi da ambo i lati alla litoranea. Siamo sulla statale per Gioia del Colle, rettilinea, in un paesaggio di oliveti e di caratteristici vigneti. Ecco un passaggio a livello della ferrovia per Putignano, poi a sinistra strada per Fonti, quella a sinistra va a Turi. Girando attorno all'abitato, il nostro percorso fila diritto, fra mandorleti e pascoli, verso Gioia del Colle dove si giunge dopo aver incrociato prima una strada locale trasversale e dopo aver ricevuto la carrozzabile da Acquaviva.
Gioia dei Colle (km 39,3) è, più in grande di Casamassima, un altro nodo stradale da cui si diramano numerose arterie; la maggiore è quella che a destra raggiunge Santeramo e a sinistra Noci. Noi ci immettiamo da questo lato, lasciando a destra la statale che va verso Taranto.
Scorriamo sulla bella strada, tra vigne e distese di mandorli, saliamo un po' e siamo a Madonna della Scala: sulla destra si leva la mole del monastero. Cominciano ad apparire le sagome caratteristiche dei trulli, finché siamo a Noci (km 56,1) al termine d'una dolce salita che ci ha portato a quota 420. Qui incrociamo la Putignano-Mottola. Voltiamo verso Putignano per visitare l'attiva cittadina, giungendovi in 7 km prima dell'abitato, una carrozzabile a sinistra porta verso Gioia dei Colle e Acquavìva; trasversalmente al nostro percorso passa per Putignano la strada che viene da Turi e va ad Alberobello; se proseguiamo diritti andiamo invece verso Castellana (km 5,5). Il nostro itinerario devia proprio verso Alberobello, il centro più noto per i suoi trulli; lo raggiungiamo lasciando a sinistra una carrozzabile di collegamento con le strade che scendono alla costa.
Alberobello si raggiunge anche da Noci, per chi non vuole girare per Putignano; su questa strada si trova sulla sinistra la carrozzabile locale che conduce all'interessante Masseria Barsento con una notevole chiesetta del VI secolo.
Ad Alberobello siamo al km 76,5 del percorso
(la via diretta da Noci, senza passare per Putignano, è più corta di circa 9 chilometri); prima di entrare in città troviamo a sinistra il bivio d'una strada per Monopoli. Da Alberobello prendiamo la statale per Locorotondo, che presto appare come una bianca visione, tutto disposto in cerchio sul suo colle. Incrociamo la strada che (da sinistra) viene da Fasano e dalla costa (possiamo considerarla una variante che abbrevia il percorso e sbocca a Monopoli), e (a destra) va verso Martina Franca; proseguiamo verso Cisternino (bivio a sinistra di un raccordo con la Statale N. 16, e dalla parte opposta per Martina Franca; poco oltre, da questo stesso lato, strada per Ceglie) e per Ostuni (km 109): questa cittadina appare in alto, con il nucleo antico dell'abitato che ha aspetto medievale.
Attraversiamo, nell'abitato, l'Adriatica (viene da sinistra da Fasano e Monopoli, e va a destra verso Brindisi) e prendiamo la strada locale che, attraversata la ferrovia, ci porta sulla costa a Villanova, dove giriamo a sinistra per Fasano.
Corriamo lungo la costa: a destra le località di Torre San Leonardo e Monticelli; poi, a Torre Canne, collegamento a sinistra per la Statale Adriatica. Ancora piccole località balneari in sviluppo, lungo la costa rocciosa che il mare erode: Forcatella, Savelletri (bivio verso l'interno per Fasano) col suo porticciolo peschereccio e una bella spiaggia fiorita di scogli caratteristici, Torre Egnazia presso le storiche rovine, Torre Cintola e infine eccoci a Monopoli (km 148,7).
Una circonvallazione corre a monte della città, con successivi bivi a sinistra per Alberobello, Putignano e Conversano.
A Polignano troviamo a sinistra i bivi per Castellana e per Conversano, superiamo una gravina su uno spettacolare ponte a cinque archi e andiamo, sempre sull'Adriatica e fiancheggiando la ferrovia, verso Mola di Bari. Incontriamo via via sulla destra la breve strada per l'abbazia di San Vito, la località di Cozze con la spiaggia di Conversano a destra e la strada per questa cittadina a sinistra. Eccoci a Mola di Bari (km 170): sulla sinistra, strade per Conversano e Rutigliano.
Rientriamo a Bari sulla costiera, passando Torre a Mare (carrozzabile per Noicattaro a sinistra) e S. Giorgio (dallo stesso lato, bivio per Triggiano). Il percorso è di 191,5 chilometri.

I trulli di Alberobello

Triggiano vanta ritrovamenti archeologici di antichissime ceramiche (IV secolo a.C.) e attuali sistemi di coltivazione dell'uva.
A Capurso, ammiriamo il palazzo Baronale e la bella basilica settecentesca della Madonna del Pozzo ove si venera una immagine ritrovata entro una cisterna.
Casamassima vanta la romanica chiesa di S. Croce, vecchia di ottocento anni, con un bel campanile, e la ancora più antica chiesetta dei Soccorso, piccola basilica bizantina.
Uno scuro castello domina Gioia del Colle: sorto 850 anni or sono, vi posero mano a rafforzarlo sia Ruggero d'Altavilla sia re Federico 11; ha forma di trapezio, due grandi torri, una decorazione scenografica in pietra rossa e bellissime finestre; nel Museo Archeologico di piazza Plebiscito si trova materiale delle vicine necropoli.
Il monastero di Madonna della Scala è stato costruito di recente dai Benedettini, ma la chiesa attuale ne incorpora una del Duecento.
Putignano ci fa ammirare la chiesa di S. Pietro, antica di 800 anni ma rifatta più volte (pregevoli il rosone, il portale, l'altare maggiore e i tre quadri di Luca Giordano della cappella del Sacramento), e il Municipio nel caratteristico edificio che fu convento carmelitano. Se deviamo in direzione di Turi, troviamo l'ingresso (sembra un trullo) della grotta di Putignano, in cui l'alabastro rosato rimanda suggestivi riflessi.
Alberobello, senza dubbio, ha un fascino e una bellezza molto caratteristici grazie alla singolare architettura dei trulli: la zona monumentale dei rioni Monti e Aia Piccola ne vanta 1070, in pittoresco disordine sul pendio della collina. Il maggiore di questi edifici ha due piani: è il Trullo Sovrano in piazza Sacramento. Tutti conosciamo la sagoma di queste costruzioni, ma come sono e cosa sono esattamente i trulli?
Sono costruzioni di origine antichissima, nate dalla intelligente utilizzazione di un materiale che era facilmente reperibile: le rocce calcaree della regione assumono spesso la forma di strati, anche sottili, facilmente divisibili in lastre. Queste, dette "chiancarelle", sono disposte a secco a costruire una capanna di base quadrangolare, poi cominciano ad aggettare sporgendo di poco l'una sull'altra, fino a restringersi in un'aguzza cupola che termina in un bel pinnacolo bianco; l'interno è imbiancato a calce; gruppi di trulli collegati fra loro formano un'abitazione pittoresca e confortevole al tempo stesso. Cisternino appare come una visione d'Oriente, con case bianchissime, edifici a forme geometriche con terrazza e scala esterna, tra i quali si elevano due torri e la chiesa romanica di S. Nicola. Ostuni si estende su tre colli, a dominare una vasta zona agricola ricca di oliveti e vigneti: è di origine antichissima e ha ancora un caratteristico nucleo medievale con resti di mura aragonesi e un'alta cattedrale della fine del Quattrocento: bella la facciata con tre portali ogivali. Le rovine di Egnazia mostrano gli imponenti resti d'una cìttà messapica e apula che mantiene ancora parte delle antichissìme mura e l'acropoli, e che fu poi municipio romano; della romanità conserva il Foro, resti di botteghe, d'una basilica e d'una strada, e di una basilica cristiana. Monopoli è una città moderna con belle vie rettilinee e un nucleo medievale sul mare. Polignano si affaccia col suo borgo medievale sull'orlo di una scogliera che supera i 20 metri di altezza e che è scavata alla base dal mare in grandiose grotte: la Palazzese si può visitare passando dall'abitato.

Le Grotte di Castellana

Una prima variante interessante al nostro percorso è la strada che esce da Bari quasi parallelamente alla Statale N. 100 e alla sua destra passando per Valenzano: sono anzi due strade che convergono su questa località, uno dei più antichi centri pugliesi ove sono resti di tombe delle popolazioni peucete (i Peucezi, nel V secolo a.C., nacquero dalla fusione degli Apuli giunti dal nord con genti indigene); belle le chiese di S. Rocco e dei Riformati, barocche, ma soprattutto la chiesa Ognissanti, in piena campagna: ha tre cupole, tre portali e 900 anni di esistenza. Si prosegue per Adelfia (km 15,5), un grosso centro formato dai due antichi abitati di Canneto e di Montrone, con una pala d'altare del Tiziano nella chiesa dì S. Francesco di Paola. Si prende poi la strada per Acquaviva delle Fonti (km 27,7) che vanta uno dei più bei palazzi barocchi, ospitante il municipio: notiamo la singolare decorazione di nicchie e mascheroni; la cattedrale rinascimentale ha un meraviglioso rosone, un portale con leoni che reggono colonne scanalate e un bel bassorilievo di S. Eustachio nella lunetta, e molti particolari architettonici ammirevoli. Una lunga strada diritta ci riconduce, dopo 40,5 chilometri, all'itinerario in Gioia del Colle.
Una bella passeggiata, ma una lunga visita, è quella alle Grotte di Castellana. Vi si giunge percorrendo la strada fra Putignano e Castellana Grotte, e deviando a sinistra per un bel raccordo. Con l'accompagnamento indispensabile di una guida, si può effettuare la visita normale in un'ora o poco più (per la caverna Bianca però si superano le due ore).
Si scende per una scala di 110 gradini, agevole, in fondo alla voragine della Grave ove troviamo stalagmiti e il corridoio di accesso alle grotte, ambienti scavati e lavorati dall'acqua nelle profondità della terra con effetti suggestivi tali da rendere, per così dire, obbligatoria, una visita: la caverna Bianca è conosciuta come «la grotta più bella del mondo».


DALLA CITTA DEI DUE MARI ALLE ULTIME MURGE

Gastone Geron

Tra Mare Grande e Mare Piccolo, Taranto perpetua la sua vocazione marinara, anche se nelle acque dell'antica laguna, tagliata in due dalla Penisola della Penna, non è più tutta la flotta militare d'un tempo e il suo arsenale sta condividendo la sfavorevole congiuntura di quasi tutti i cantieri italiani. Ma in compenso, oltre la ridottissima cerchia della città vecchia, fatta isola dal canale artificiale sormontato dall'ormai celebre ponte girevole, una città nuova è in progressivo sviluppo, e anzi è ormai la Taranto più rappresentativa della realtà contemporanea, con la città medievale a fare da trait d'union all'appendice industriale, che i tarantini si ostinano ancora a chiamare il Borgo.
Il millenario duomo di S. Cataldo, restituito alle primitive forme romaniche, l'alta duplice scala barocca e il grandioso portale ogivale di S. Domenico, l'imponente castello aragonese affacciato al canale per antonomasia sono ancora i simboli della Taranto oleografica ma le viuzze della città vecchia sono ormai un'isola nell'isola di un comprensorio urbanistico, commerciale e industriale che, senza ripudiare il passato, guarda realisticamente all’avvenire.
Nella «città dei due mari», dalle mitiche ascendenze spartane, il vecchio e il nuovo sì sono sposati, continuando peraltro a vivere in camere separate. E forse per questo il matrimonio del retaggio medievale con la realtà odierna è qui più felice che nelle coabitazioni forzose di tante altre città storiche, stravolte nel loro tessuto architettonico da una politica di compromessi che alla lunga fatalmente si risolve a danno dell'antico.
Del resto il fenomeno di mimesi fra l'ieri e l'oggi si ripete più o meno in tutto il Tarantino, imprimendo sembianze ringiovanite a un volto secolare; in ispecie ad oriente dell'antica polis, sui saliscendi appena ondulati delle Murge Tarantine e sul versante salentino del Golfo.
Continua ovviamente a essere squisitamente carsico il panorama dell'appendice meridionale delle Murge: ma l'altopiano aspro, dove soltanto macchie di rovo rompono di verde il biancore della sassaia, non guarda più alle desolate paludi di un tempo.
Imponenti lavori di bonifica hanno riscattato in gran parte l'agro dell'Arneo e dove era il regno della malaria si stendono vigneti e oliveti, si rincorrono masserie, mentre sulla costa si sono moltiplicati gli stabilimenti balneari e sta prendendo sempre più vaste proporzioni un'attrezzatura ricettiva che ormai richiama, ogni estate, decine di migliaia di villeggianti, anche dall'estero.
Praia a Mare, Marechiaro, Lido Bruno, Lido Gàndoli, conchiuso tra due punte rocciose, Lido di Leporano, Lido Silvana, con alle spalle una vasta pineta, sono ormai spiagge di assicurato avvenire e semmai c'è il pericolo di un insediamento cementizio fin troppo prevaricante.
Il recente boom turistico sta avendo riflessi anche sui paesi dell'immediato retroterra: Leporano, di cui Orazio cantò il clima mite, il vino e il miele, quando Saturo e Aulona erano ville fiorenti; Pulsano col suo maestoso castello baronale; i borghi addossati alle falde della Serra del Belvedere, con le pittoresche oasi albanesi di San Giorgio Ionico e di Monteparano.
Il ponte girevole con il castello aragonese che si riflette sulle acque è il simbolo di Taranto.
L'inarrestabile marcia del progresso è giunta anche a Roccaforzata, Faggiano, Lizzano, Torricella, agglomerati agricoli nel cuore delle Murge Tarantine. Ma la triplice cinta della messapica Manduria - i cui “rossi” sono assurti a simbolo, assieme a quelli di Trani, del vino pugliese - con le rovine delle mura metalliche, la grotta conosciuta come la fonte di Plinio, gli edifici cinquecenteschi, il duomo gotico-rinascimentale, il settecentesco palazzo Imperiali, il caratteristico ghetto dalle casette senza finestre, ripropongono un iter a ritroso, nel cuore della storia, in una terra di castelli e di torri di guardia, di borghi bruciati dal sole, di gravine e di crinali, di sassosi ciglioni, di carsica fierezza ma anche di mediterranei abbandoni.


DAL MARE PICCOLO ALLE MURGE TARANTINE

Gravine e citrelli

Sormontato a nord dalle Murge, attraversato longitudinalmente dal Salento e bagnato a sud dallo Ionio, il nostro itinerario si sviluppa in una zona dai caratteri carsici.
Al carsismo va attribuita la mancanza di corsi d'acqua, penetrando la pioggia in massima parte in profondità nel suolo. Non esistono sistemi vallivi e le altitudini sono modeste, non arrivando ai 700 metri; le pianure e i colli sono di forme appiattite o ondulate. Sul versante di Taranto, le profonde incisioni torrentizie sono chiamate gravine e assumono, talvolta, l'aspetto di tortuosi burroni. I ripiani bassi sono ricoperti di terra rossa che spicca tra le tinte chiare o biancastre della roccia.
L'altopiano delle Murge richiama il significato lessicale di pietra, roccia; è ondulato nella sua estensione a sudest e interamente coltivato, digrada a terrazzi con varie propaggini in una tipica pianura costiera, dove scaturiscono sorgenti sottomarine, i citrelli del Mare Piccolo. Il clima è più confacente alle colture legnose che alle cerealicole e alle foraggere.
Strappata al magro pascolo sassoso la zona è, tuttavia, grazie anche alle opere irrigue, ricca di vegetazione.

Strade che convergono a Taranto

A Taranto convergono oltre alla Statale N. 7, Via Appia, che inizia a Roma e finisce a Brindisi, la Statale lonica, proveniente da Reggio Calabria. Altre vie di accesso sono l'Adriatica, che partendo da Padova arriva a Otranto e la Statale dei Trulli, che si stacca a Casamassima dalla Statale Barese, e passando da Putignano, Alberobello e Martina Franca, si immette nella Statale Matera-taranto.
L'Adriatica a sua volta viene percorsa sino a Ostuni, dove si prende la superstrada che si innesta a Grottaglie con la Brindisi-Taranto. La statale Adriatica smaltisce anche il movimento in arrivo dal sud-sudest della Puglia, mentre per quanto riguarda gli arrivi dal sud-sudovest provvede la statale proveniente da Nardò.
Da Brindisi, infine, per la Via Appia, confluiscono a Taranto anche le correnti di traffico marittimo locale.

Strade impegnative ma scorrevoli

Usciti da Taranto, lungo la statale per Matera, Via Appia, ci dirigiamo nella zona delle gravine. Ecco Massafra (km 18,3) costruita sulle sponde della gravina di San Marco che la divide in due parti congiunte da viadotti. Sterpeti e boschetti altemati a ciuffi di carrubi e fichi d'India ricoprono le sponde della gravina.
Superata Massafra, percorriamo la carrozzabile panoramica per Martina Franca (km 45,8), situata sul più alto gradino delle Murge meridionali, da cui dominiamo la Valle d'Itria punteggiata di trulli. La strada è tortuosa, ma il fondo è buono e scorrevole; boschi di querce ci rincorrono. Attraversiamo una verde conca e, superato un tratto di terreno brullo, penetriamo in un'altra conca, questa ricoperta di vigneti.
Al termine della discesa, incontriamo una plaga pianeggiante dove via via scompaiono i trulli. La vegetazione torna a essere ricca di olivi, mandorli e fichi. Da un poggio ci affacciamo a Ceglie Messapico (km 64,2), di aspetto orientale: casette bianche, comignoli di forme svariate e balconi. Lasciata la superstrada per Grottaglie e voltando a destra, puntiamo su Francavilla Fontana (km 79,2). Davanti sì profila la linea piatta delle Murge Tarantine.
Dopo Francavilla Fontana percorriamo la carrozzabile per Oria (km 85,2), situata su tre poggi che dominano il Tavoliere dì Lecce. Un rettilineo che taglia campi di cereali e di vigneti, unisce Oria a Manduria (km 96,5), adagiata su un gradino. Superata questa modesta altura, ai nostri occhi si apre la visione del mare che tocchiamo a Torre San Pietro (km 107,9).
Voltiamo a destra ed entriamo nella litoranea: ci vengono incontro Campomarino e Lido Silvana (km 134,5).
Il nastro stradale segue l'andamento della costa rocciosa, incisa da insenature e segnata qua e là da antiche torri di guardia e di difesa.
Dopo Scarfoglio pieghiamo a destra sulla carrozzabile che si apre in una plaga redenta dalle bonifiche.
Taranto è in vista. L’itinerario complessivamente misura 160 chilometri circa, percorribili in tre ore e mezzo; con una passeggiata alle grotte di Castellaneta e di Mottola, la strada si allungherà di altri 48,7 chilometri, per i quali sarà necessaria un'altra ora abbondante.
Volendo visitare Grottaglie, il cui nome trae origine dalle numerose grotte dei dintorni e la cui fama è dovuta soprattutto alle ceramiche, il nostro percorso subirà una variante. Giunti a Francavilla Fontana e infilato un lungo rettilineo nella campagna a viti, olivi e seminativi, volgeremo a destra e, passando per San Giorgio Ionico, punteremo su Taranto. Con la variante, avremo percorso 23,5 chilometri in meno e saremo rimasti in macchina circa 3 ore.

Il Carso del Mezzogiorno

La natura offre differenze rilevanti e contrasti suggestivi: olivi maestosi e millenari con la loro chioma verde-argento; viti e filari con dense uve da taglio e da tendoni; mandorli, in fiore già da febbraio; orti di carciofi e di lattughe, alimentati da pozzi di acqua piovana estratta con una grande ruota, la noria; cespugli di lentisco a cupola di un verde gaio; boschi di lecci e di querce; quindi sottoboschi e sempreverdi e, nei ripiani alti, seminativi e pascoli.
Le Murge, il Carso del Mezzogiorno, con la loro spietata aridità, attendono ancora un loro Scipio Slataper che le descriva e le canti. Pietra immobile, dura, spoglia in superficie che contrasta con la pietra delle grotte e delle gravine; pietra in movimento dal respiro segreto, magico, sotterraneo che crea un mondo incantato; pietra che dà vita a un paesaggio caratteristico e suggestivo che muta dall'alba al tramonto, con una sequenza di colori del tutto particolari. Tutto questo fa da cornice all'arte con le sue cattedrali, i suoi santuari, i suoi castelli, i suoi palazzi; alla storia con i suoi avvenimenti, all'opera tenace, paziente e semplice dell'uomo con i suoi trulli.
I trulli (ne parliamo anche nell'itinerario precedente), caratteristiche abitazioni di origine antichissima, addirittura orientale, sono piccole case di pietra, per la copertura delle quali non si impiega la malta, ma il materiale roccioso estratto nella zona. Il colore del tetto a cono, ottenuto con selci di uguale spessore disposte in cerchi concentrici decrescenti, è sempre quello delle lastre rocciose che lo compongono. Sui tetti di queste abitazioni, tutte dipinte con calce bianca, spiccano croci, svastiche e simboli vari come amuleti.
Le cittadine e le borgate sorgono con le case basse e candide raccolte nelle strutture urbanistiche medievali, tra le distese di vegetazione o confuse sulla costa del Mare Ionio.
Popoli diversi, dai Messapi ai Salentini, dai Romani ai Bizantini, dai Longobardi ai Normanni, dagli Svevi agli Spagnoli, lasciarono nei secoli ampie testimonianze della loro presenza.

Tra Barocco e Rococò

A Massafra, la «Tebaide d'Italia», possiamo visitare in venti cripte bizantine più di cento affreschi dal X al XVI secolo.
Nel Burrone di San Marco, di grandissimo interesse è il centro trogloditico che comprende la cripta di Santa Marina con annesso cenobio basiliano. Nello scenario della gravina che divide la cittadina si innalza il santuario della Madonna della Scala (XVIII secolo), cui si accede da una scalinata barocca a più rampe. L'imponente mole cinquecentesca del castello, a pianta quadrilatera con tre torri cilindriche, conferisce un aspetto più severo alla cittadina già così onusta di arte e di storia.
Martina Franca ha una particolare impronta per i suoi interessanti edifici e i numerosi palazzi rococò. Tra questi primeggia il palazzo Ducale costruito, su disegno del Bernini, sul luogo dell'antico castello degli Orsini; l'unica opera del Bernini esistente in tutto il Mezzogiorno ha una facciata a due piani, spartiti da lesene, e una balconata continua con balaustre di ferro in stile barocco. Il palazzo - ora sede dei Municipio consta di più di trecento sale; le pareti dell'appartamento nobile sono ornate da fantasiose pitture (1771-1776) di Domenico Carella da Martina. Anche l'architettura sacra è ben rappresentata dalla cattedrale di San Martino, dove è conservata la statua del Santo (XI secolo), e dalla chiesa di S. Domenico dalla leggiadra facciata in rococò.
Ceglie Messapico occupa il posto di un'acropoli messapica. Nel centro medievale si innalza la chiesa Matrice del 1521, rifatta nel 1795, dall'interno a croce greca, con cupola. Nella chiesa-cripta di S. Angelo si conservano poi affreschi bizantini del XIV secolo. Del suo nobile passato, la cittadina mostra il castello fatto costruire da Fabrizio Sanseverino, duca di Ceglie (1494-1525), attorno a una più antica torre.
A Francavilla Fontana, entrando da porta del Carmine, a tre fornici, si incontra a destra la chiesa del Carmine risalente al XVI secolo e ricostruita nel 1821 con l'annesso convento, ora adibito a ospedale. Il duomo, costruito sui resti di una precedente chiesa angioina (1753-1759) dalla sobria facciata barocca, custodisce preziose tele di Domenico Carella. Il castello del 1450 è sorto sotto il feudo della nobile famiglia Orsini. Nei dintomi, a 8 chilometri, è di grande interesse la visita alla specchia di Miano, nascosta tra gli olivi, tipica costruzione messapica eretta con pietre a secco, a pianta circolare, con 20 metri di diametro e 11 di altezza.
Oria è dominata dal castello (1127-1233) costruito per ordine di Federico 11, ingrandito poi e completato nel XIV secolo; questo castello ora è del conte Giuseppe Martini Carissimo. E’ una costruzione imponente e scenografica a pianta rettangolare: a sinistra presenta una tozza torre quadrata dell'epoca sveva e a destra due torri cilindriche molto slanciate dell'epoca angioina. La cattedrale, ricostruita nel 1750, che si alza dinanzi alla torre Palomba o Carnara, avanzo delle antiche mura, presenta una facciata barocca e una cupola a mattonelle policrome. Particolare richiamo è costituito dalla disputa del Torneo dei Rioni, che si svolge a maggio.
Manduria fu centro messapico: di quel tempo vi sono ruderi di mura. Il Duomo, con il suo misto di Gotico e di Rinascimento, è un capolavoro d'arte. Originale il quattrocentesco campanile decorato da numerosi e misteriosi mascheroni provenienti forse da antichi templi locali. Importanti i palazzi cinquecenteschi Gigli-Dragonetti e Gatti. Imponente il settecentesco palazzo Imperiali.
Di grande interesse turistico è il Fonte Pliniano, vasta grotta con lucernario centrale, chiamato così perché ricordato da Plinio con il nome di Lacus Manduriae per la singolarità che l'acqua si mantiene sempre a livello costante.

Le ceramiche di Grottaglie

Lungo la variante che da Francavilla Fontana conduce a Taranto per San Giorgio lonico, incontriamo Grottaglie, sull'orlo del primo gradino delle Murge Tarantine. La cittadina deve il suo nome alla tradizione che la vuole fondata dai cavernicoli delle vallate circostanti. Importante e antico centro di produzione delle ceramiche (se ne possono vedere di bellissime nella Scuola d'Arte), si svolge ormai ogni anno una mostra-mercato in agosto. In piazza IV Novembre il moderno (1958) monumento ai Caduti di Sergio Sportelli.
In piazza Regina si può ammirare la chiesa Matrice, iniziata alla fine dell'XI secolo; la facciata è trecentesca, forse di Domenico da Martina, ed è adorna di un bel portale nel tipico stile romanico-pugliese. Sul complesso si erge la cupola della cappella del Rosario in mattonelle policrome. Ceramiche anche all'interno, sul pavimento della cappella di S. Giuseppe.
Da visitare anche il grande complesso del santuario di S. Francesco De Geronimo (patrono del paese, con S. Ciro) edificato nella prima metà del secolo scorso.
Il castello, che domina l'abitato, fu eretto dai vescovi di Taranto nel XIV secolo e subì successivamente aggiunte e rimaneggiamenti.
Dal castello si raggiunge il caratteristico quartiere delle ceramiche, dove la produzione degli artigiani, accatastata nelle strade e nelle piazzette, offre un inconsueto e colorito spettacolo.
Varrà la pena di spendere un poco di tempo per visitare la vicina Gravina Foranese, ove trovasi una grotta con un suggestivo calvario del XVII secolo scolpito nel tufo.
Interessante, anche per le leggende cui ha dato origine, il santuario di S. Maria Mutata, sorto nei pressi di un antico abitato messapico, di cui si riconoscono i resti.
Discesi dal gradino delle Murge e percorso un lunghissimo e rettilineo viale, si giunge a San Giorgio Ionico, centro popolato nel Quattrocento da albanesi fuggiti dalla patria alla morte di Giorgio Castriota Scanderbeg.
Il paese giace alle falde della Serra Belvedere dalla quale si gode un magnifico panorama in tutte le direzioni.
La strada giunge al mare a Torre San Pietro, località balneare in rapido sviluppo, e prosegue per Campomarino, da cui si può giungere (km 3) a Maruggio, già feudo dei Cavalieri gerosolimitani per più di cinque secoli, che conserva resti del palazzo dei Commendatori (XVII secolo) e la bella collegiata del Cinquecento.
Tornati alla spiaggia di Campomarino, si prosegue fino al Lido Silvana, frequentato centro balneare, circondato da una vasta pineta che accoglie un attrezzato camping. Di qui a Scarfoglio e poi, di nuovo, a Taranto.


BIANCO E AZZURRO SALENTO

Edgardo Bartoli

Ginestre e mentastri, orti recintati da muri a secco e larghi frutteti, segnano la strada che sale verso la Selva di Fasano, mentre sotto si sente sempre pi . ù ampia la piana di ulivi che corre fino al mare. Sull'ultimo sperone dell'altipiano la Selva guarda la Murgia dei trulli: siamo nel cuore della Puglia. Eppure il Sud è lontano, è altrove.
Qui il sole non ha luce carnale, l'estate non ha il senso di lutto della spietata estate siciliana, i colori sono tersi ma graduati, riposanti, composti. L'atmosfera locale non aggredisce il visitatore con la violenza dei contrasti, con gli ambigui sottintesi umani, o col dramma impudico della vita e della morte confuse nello stesso segno di una natura esterna. Qui non c'è esibizione di tinte forti.
Città raccolte, pulite, ordinate; una borghesia urbana rispettabile, timorata, decisamente provinciale: una popolazione quieta e, a volte, si direbbe distratta; una aristocrazia di censo o di sangue appartata che si tramanda quietamente ville sontuose e terre nitidamente delineate, coltivate, iscritte nello scenario naturale.
Anche i più piccoli villaggi sono dignitosi e irreprensibili, senza nulla di sciatto, come se un naturale ritegno inducesse gli abitanti a non mostrare della propria umanità che l'aspetto civico.
Ognuno di questi villaggi, ognuna di queste cittadine è un'avventura intellettuale: un'avventura
dominata dall'emozione che suscita un mondo dove la mano dell'uomo ha solo creato senza mai distruggere, come trattenuta da un'antica e sempre presente coscienza della propria misura.
Dalla preistoria a oggi corre un filo ininterrotto e visibile, ogni esperienza storica ha lasciato una traccia che la successiva non ha soverchiato, «e per chi sa vedere ha scritto un giornalista davvero capace di vedere - si aprono talvolta spiragli limpidi e vertiginosi sui baratri del tempo, dove il passato remotissimo traspare nitido come i profili dei villaggi neolitici nelle aerofotografie del Tavoliere».
La stessa impressione di tempo rarefatto, trascorso senza lasciare scorie, di trasparenze senza inganni ottici che si prova dinanzi alle pesanti facciate barocche dei palazzi pugliesi, alle chiese di Lecce e ai disegni delle strade che costeggiano conche, campi, uliveti, orti e dune, di paese in paese, di città in città, e nel cui tracciato non si riconosce alcuna ragione di utilità contingente.
Lecce. Da questa città emblema del provincialismo più civile, chiusa entro la propria bellezza, inizia, come in un gioco di specchi, una Puglia dentro la Puglia, quasi il concentrato di un'essenza. E’ la regione che da Lecce si stende fino a Brindisi, Otranto, Gallipoli, Santa Maria di Leuca, estrema punta sul Mediterraneo: il Salento. Una regione inclinata tra i due mari, bassa sullo Ionio, alta sull'Adriatico, un panorama fatto di spazio, sole e mare. Sul mare le dune digradano trafori e cespugli. Non c'è traccia di stabilimenti, di capanni, di ingombri turistici.
Ecco, si può dire, il mare com'era mille, tremila anni fa. Un mare senza storia. Si capisce guardandosi intorno, misurando la magnificenza di una natura non costretta in moderne dimensioni paesistiche, ascoltando un silenzio che il passare delle poche automobili esalta e sottolinea, come questa terra fosse già antichissima quando i greci vi si presentarono.
Il grattacielo di Gallipoli, infilato come uno spillo nel cuore di un borgo marinaro, perfetto col suo porto e i suoi vicoli barocchi, pieni di vita e di mercati e di odore di pesce, fra quinte di pietra lavorata che lasciano intravvedere il mare da portali traforati e anditi scuri, è forse l'unico elemento contraddittorio lungo tutto l'itinerario ionico fino a Santa Maria di Leuca, cosparso di case e casette che punteggiano di bianco la campagna e la costa, bianco su verde di campi e argento di ulivi, bianco su azzurro mare e giallo di sabbie.
E giunti all'estremità della terra, al capo di Santa Maria di Leuca, ecco la risalita improvvisa verso la parte elevata della regione, quella sull'Adriatico. Una terrazza, un portico, un faro, una chiesa, e tra gli anfratti rocciosi il villaggio. Poi si riprende il viaggio.
Il paesaggio cambia: alte rupi a picco sul mare, roccia bianca a specchio su un'acqua ora di un azzurro più verde che nello Ionio, ospitano di tanto in tanto raccolte insenature sabbiose.
Il paesaggio cambia ma l'atmosfera resta immutata. Niente stabilimenti, niente ingombri qualsivoglia. Si direbbe che gli abitanti di questa regione rifiutano l'idea di far mercato di questo cielo e di questi colori, come se non appartenessero a loro.
Questo paesaggio marino dove il bianco e l'azzurro raggiungono la completezza del colore o queste campagne dove l'azzurro si trasforma in argento e in verde senza cambiare nome, ma mutando misteriosamente aspetto, tutto questo non è considerato motivo d'attrazione.

IL SALENTO E LE SUE «SERRE»

Il "tacco" dello Stivale

La Penisola Salentina è la parte estrema sudorientale d'Italia: il "tacco" dello Stivale. E’ una zona pianeggiante rotta qua e là da piccole groppe sassose, che si sviluppano soprattutto nella parte estrema meridionale dove prendono il nome di Serre Salentine.
Le coste della Penisola, invece, si presentano assai variate e in molte zone dirupano sull'azzurro Adriatico, costellate da pittoresche grotte marine. L'aspetto fisico di tutto il Salento è suggestivo, nonostante la sua uniformità; il clima è quanto di meglio si possa desiderare per trascorrere periodi di vacanza o per effettuare viaggi nei periodi primaverili o autunnali.
Il Salento, anche per la sua configurazione geofisica, è percorso da una rete stradale comoda e scorrevole. Non vi sono pendenze notevoli e la massima elevazione salentina non arriva ai 200 metri sul livello del mare. Questa rete stradale permette di effettuare lunghi itinerari in breve tempo anche perché si possono scegliere numerosi tracciati e deviazioni che dall'intemo portano al mare e viceversa, o che attraversano la Penisola in pochi chilometri di percorrenza.

Tra Brindisi e Lecce

Civiltà paleolitiche e Barocco

Dalla zona dell'Università di Lecce, imbocchiamo la statale per Taranto e raggiungiamo Campi Salentina (km 14,4), San Pancrazio Salentino (km 30,4) e Manduria (km 48,8). A questo punto lasciamo la statale e, a destra, prendiamo il rettilineo per Oria (km 60,1). Da Oria, sempre sulla destra, raggiungiamo Latiano (km 69,9) e, imboccata la Taranto-Brindisi (Via Appia Antica), Mesagne (km 77,5). Proseguendo nella medesima direzione, dopo un bellissimo rettilineo, raggiungiamo Brindisi (km 91,5).
Una variante al nostro itinerario salentino parte da Mesagne, raggiunge l'interessante cittadina di San Vito dei Normanni (km 13,8), prosegue verso il mare e scende a Brindisi (km 53,5).
Da Brindisi, tornando all'itinerario principale, imbocchiamo la Statale N. 16 che proviene da Bari, raggiungiamo San Pietro Vernotico (km 109,2) e Squinzano (km 117,8). Qui lasciamo l'Adriatica e, a sinistra, raggiungiamo il mare a Torre Rinalda (km 130,4); proseguiamo sino al delizioso Lido di San Cataldo (km 148,8) e costeggiamo l'Adriatico passando per San Foca (km 163,9) e Otranto (km 184,1). A Otranto prendiamo la bellissima e panoramica statale che porta a Castro Marina (km 206,5) passando per Santa Cesarea Tenne e sopra le famose grotte Romanelli e Zinzulusa che visiteremo. Da Castro Marina, toccati i piccoli centri di Tricase Porto (km 216,5), nei cui pressi è la collina Serra di Tricase con ampio panorama sul mare, e Marina di Novaglie (km 225,1), giungiamo, seguendo un percorso rettilineo, a capo Santa Maria di Leuca (km 234,1). Da qui un rientro a Lecce, variante al nostro itinerario, è consentito imboccando la Statale per Maglie, scorrevole senza essere monotona (km 67).
Da Santa Maria di Leuca, attraversando le località interne di Presicce (km 250,3), Casarano (km 265,3) e Parabita si punta di nuovo verso il mare a Gallipoli (km 282,2) sull'ampio specchio di mare del Golfo di Taranto. Da Gallipoli raggiungiamo Santa Maria al Bagno, percorrendo una strada panoramica veramente meravigliosa. Lasciamo di nuovo il mare e proseguiamo per Nardò (km 300,7). Da Nardò raggiungiamo Copertino (km 311,7) e, attraverso Monteroni di Lecce, chiudiamo l'itinerario a Lecce (km 326,6). Consigliamo due varianti: una brevissima da Copertino a Lecce attraverso San Pietro in Lama (km 14,5), e l'altra da Nardò a Lecce, attraverso Galatina (km 14,3). Da qui, passando per Soleto, raggiungiamo la Statale N. 16 al quadrivio di Zollino e proseguiamo per Lecce (km 41,8).
Il nostro itinerario salentino, sebbene molto lungo, per scorrevolezza delle strade può essere compiuto in sei o sette ore al massimo.

Il Salento, punto di fusione tra Oriente e Occidente

All'inizio dell'itinerario percorriamo una vasta pianura disseminata di villaggi ridenti e di grossi centri agricoli come Campi Salentina e San Pancrazio Salentino. Manduria, invece, per la sua importanza storica e archeologica va visitata e merita una sosta. Interessanti la necropoli e le mura messapiche, il settecentesco palazzo Imperiali, la cripta di S. Pietro Mandurino, la 'Fonte di Plinio'.
Oria è un altro centro messapico ed è famosa per il suo castello dalla pianta triangolare e con tre torrioni che dominano tutta la vallata, costruito da Federico Il nella prima metà del 1200. Nei pressi di Latiano si trovano i resti di un'altra vasta città messapica: Mesagne, l'antica Messapia, fondata circa 1600 anni prima di Cristo. Nell'alto Medioevo fu città fortificata e.conserva ancor oggi i resti di un poderoso castello. Dopo Brindisi, il paesaggio muta di colpo e il mare si presenta azzurrissimo e pieno di scorci suggestivi. San Pietro Vernotico e Squinzano sono due importanti centri vinicoli. A pochi chilometri da questo ultimo, possiamo ammirare la chiesa di S. Maria delle Cerrate, notevole costruzione romanica del XII secolo. Torre Rinalda è il primo paese sul mare che incontriamo. San Cataldo è il 'Lido' di Lecce: unito alla città da una bellissima strada rettilinea, è una modernissima stazione balneare con un camping internazionale e numerosi alberghi. San Foca, pittoresco borgo marino con una torre medievale, rappresenta l'inizio di una 'passeggiata' panoramica sino a Otranto. Questa città, importante dal punto di vista storico e monumentale, è anche il capolinea di un veloce traghetto che collega l'Italia alla Grecia. E’ chiamata anche la «città olocausta» per gli 800 martiri della fede decapitati nel 1480. Degni di nota la Cattedrale del 1080, la cripta con le colonne elleniche e i mosaici bizantini, il castello con la torre Alfonsina e i ruderi della celebre abbazia di S. Nicola di Casole, fondata dai basiliani nel 900.
Ed eccoci alla zona forse più interessante dell'itinerario salentino: la costa a picco con le grotte famose. La grotta 'Zinzulusa' è raggiungibile mediante un interessante passaggio scavato nella roccia. La visita viene effettuata con l'assistenza di apposite guide. Castro Marina, col suo caratteristico porto, interessa per la singolarità delle sue rocce e per le numerose grotte paleolitiche.
Lungo la direttrice Santa Maria di Leuca-Lecce è opportuna una visita al Museo Paleontologico di Maglie, attiva cittadina al centro della Penisola Salentina con notevoli chiese in stile barocco: Madonna delle Grazie, dell'Addolorata e Matrice.
Presicce, piccolo centro, nei pressi del quale è una caratteristica cripta basiliana: S. Maria della Grotta. Casarano è nota per la chiesa di Casaranello, unico avanzo dell'antico paese scomparso nel '400 e che fu patria di Bonifacio IX. Nella chiesa sono conservati gli unici mosaici palcocristiani-bizantini della Puglia.
Gallipoli, vista dall'alto, appare in tutto il suo aspetto isolano, completamente circondata dal mare. Di fronte l'isola di Sant'Andrea col faro. Interessanti la fontana ellenica, il castello, la cattedrale con la sontuosa facciata animata da statue. Gallipoli è anche città modema e il suo porto è uno dei più attivi della Puglia. Da Gallipoli a Santa Maria al Bagno, la strada è suggestiva e panoramica. Nardò è una delle più interessanti mete turistiche di 'Terra d'Otranto'. Notevole la cattedrale romanica restaurata di recente.
Copertino è noto per il suo castello, tra i meglio conservati del Salento, e per la sua Collegiata (Madonna delle Nevi) la cui fondazione risale all'XI secolo, ma che subì rifacimenti successivi. Notevoli il portale rinascimentale sul fianco sinistro e l'alto campanile, frutto dell'ultimo intervento in epoca barocca. Infine, prima di concludere a Lecce il nostro interessante itinerario, tocchiamo Monteroni di Lecce, dove visiteremo il palazzo Ducale del XVI secolo.

La meodievale San Vito dei Normanni

La variante brindisina ci porta a San Vito dei Normanni che ebbe nel Medioevo notevole splendore e ospitò una colonia slava che le fruttò, fino al 1863, il nome di San Vito degli Schiavoni. La cittadina conserva tratti di mura merlate e il castello feudale del XV secolo.
La Parrocchiale barocca di S. Maria della Vittoria fu eretta per celebrare la vittoria di Lepanto. Interessanti i suoi dintorni: a circa 1,5 chilometri da San Vito, sul fianco di una valletta, è scavata la Grotta di S. Biagio: poco più di 60 mq in tutto, con una piccola abside e affreschi, probabilmente del XIII e XIV secolo, illustranti in numerose composizioni i fatti evangelici.
A circa 2 chilometri dalla Grotta di S. Biagio, nei pressi della Masseria Cafaro, troviamo la Grotta di S. Giovanni con affreschi della fine del XII secolo, alcuni con chiarì influssi bizantini, e un'iconostasi.
Nei pressi della Masseria Campi Distrutta troviamo gli avanzi di una colossale opera muraria. E' il "Limitone" o Paretone dei Greci.
E' un muro lungo quasi 2 chilometri, largo 6,5 metri e alto 1,5. Sulla destinazione dell'opera, che pare dati dall'VIII secolo, corrono numerose supposizioni.
Nella variante da Nardò a Lecce incontriamo Galatina con la chiesa di S. Caterina d'Alessandria costruita alla fine del Trecento, con una facciata tricuspidata e un interno interamente affrescato. Notevoli la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, dalla grandiosa facciata barocca, e quella ottagonale delle Anime, anch'essa barocca.



SPECIALE: LA GRECIA SALENTINA


Tratto da: http://www.salentu.com/grecia-salentina/gr_storia.asp

Il Salento, estremo lembo di Puglia, si protende fra il mare Adriatico e lo Jonio, luogo di approdo e di partenze, di rifugio e di lotta, in cui gli elementi si toccano e si mescolano, di sole, di venti e di mare, in cui l'acqua, come la cultura, scorre in un reticolo sotterraneo, invisibile agli occhi di chi non la sa cercare ed ascoltare.
La Grecia Salentina, situata nel cuore della penisola salentina è un'area in cui vive una comunità che conserva lingua, cultura e tradizioni d'origine ellenica. Orograficamente é caratterizzata da un vasto altopiano sul quale si differenziano come isole allungate in senso NW-SE, dei rilievi costituenti i contrafforti delle colline cha da Otranto, costeggiando l'Adriatico, si immergono nel mare di Leuca.
All'interno di questa unità geografica troviamo l'emergenza rappresentata dalla Comunità grecofona della Grecìa Salentina che comprende i nove Comuni contigui di: Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d'Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino, con un'estensione territoriale di 144 Kmq ed una popolazione complessiva di 40.964 abitanti.
L'area attuale della Grecìa Salentina è la parte residua di una grecità più vasta che andava dallo Jonio all'Adriatico, con particolare rilevanza nel quadrilatero ideale ai cui vertici sono i Comuni di Otranto, Casarano, Gallipoli e Nardò. Gli scambi commerciali e culturali tra le genti indigene ed i popoli dell'area Egeo-Balcanica erano rilevanti già nel periodo Egeo-Miceneo e sono proseguiti intensamente durante l'Età Arcaica, Classica ed Ellenistica.
Nel millennio che comprende i periodi suddetti si è realizzata la precolonizzazione del Salento. Dopo un probabile rallentamento in epoca romana, la penetrazione di popolazioni elleniche in questa parte d'Italia è ripresa con maggiore intensità, assumendo i caratteri tipici della colonizzazione: è il periodo bizantino, che ha lasciato in tutto il Salento segni visibili di raffinata sapienza formale.
Non sorprende costatare che la lingua, l'arte e la cultura della nostra terra ne sono rimaste profondamente influenzate, al punto di far sostenere agli studiosi più attenti che la grecità è il tratto dominante della cultura dei Salentini.


STORIA DELLA GRECIA SALENTINA

Fra il secolo VIII ed il secolo XI d.C., il Salento centro-meridionale fu profondamente ellenizzato, per una serie di eventi che contribuirono efficacemente alla nascita di un'isola etnico-linguistica, chiamata comunemente Grecìa Salentina. Nel 727, l'imperatore bizantino Leone III ordinò che in tutte le province dell'Impero d'Oriente fossero rimosse e distrutte le immagini sacre, o icone. Subito scoppiarono ovunque gravi sommosse, capitanate da monaci, che si rifiutarono di obbedire all'editto imperiale. Seguì la guerra iconoclasta, che durò alcuni decenni, trasformandosi ben presto in una sanguinosa guerra civile. Per sottrarsi ai massacri ordinati da Leone III e dai suoi successori, migliaia di monaci abbandonarono le province orientali dell'Impero e si trasferirono nelle regioni meridionali dell'Italia, tra cui il Salento, dove furono fondati innumerevoli conventi basiliani, che diventarono, nello stesso tempo, fiorenti centri di cultura greca, promotori di una rinascita sociale ed economica, perché i monaci non si dedicarono solo alla preghiera e all'ascesi, ma anche al lavoro dei campi e alla produzione del vino e dell'olio.
A questa prima immigrazione, seguirono ben presto altre più massicce e durature. Nell' 867, saliva al trono di Costantinopoli l'imperatore Basilio I, che si assunse il compito di combattere energicamente gli arabi, sia in Oriente che in Occidente. Gran parte dell'Italia Meridionale era caduta nelle mani di questi terribili invasori, che devastavano città e campagne, costringendo i monaci basiliani ad abbandonare la Sicilia e la Calabria ed a rifugiarsi nel Salento: le vittoriose campagne militari condotte dal grande imperatore liberarono dagli arabi e dai longobardi di Benevento (che erano giunti nel Meridione d'Italia alla fine del secolo VI) buona parte delle regioni dell'Italia Meridionale, che costituirono il Thema di Longobardia.
La riconquista operata da Basilio I e continuata dai suoi successori provocò, particolarmente nel Salento, una massiccia immigrazione da tutte le regioni periferiche dell'Impero Bizantino, sia per motivi militari, sia per sfuggire alle incursioni arabe ( a cui erano particolarmente esposte Creta, Cipro, le isole dell'Egeo, ecc.), sia per coltivare terre rimaste in abbandono per secoli. Insieme a militari, marinai, contadini, arrivarono dall'Oriente anche funzionari, impiegati, giudici e sacerdoti, indispensabili per la vita socio-economica della comunità. I nuclei abitativi che si formavano si organizzavano in casali o insediamenti in grotta, più frequenti verso l'area di Taranto, dove la morfologia del terreno, con le gravine, favoriva la creazione di grandi villaggi rupestri. Nel corso dei secoli IX-XI, si verificarono anche cospicue immigrazioni di migliaia di persone, provenienti da diverse regioni dell'Impero, col compito di ripopolare zone rimaste fin dall'antichità prive di abitanti. La più importante di queste immigrazioni, è quella riportata dalla Cronaca di Theofanes Continuatus, dove si parla di una ricchissima vedova del Peloponneso, una certa Danilis, che lasciò erede delle sue inestimabili ricchezze l'imperatore Basilio. Questi, sia per ripopolare delle zone rimaste completamente deserte a causa delle interminabili guerre, sia per proteggere vitali vie di comunicazione, mandò tremila servi nel Thema di Longobardia per costituire una colonia. Per effetto di questa e di altre immigrazioni, sorsero nella fascia mediana del Salento, fra Otranto e Gallipoli, una quarantina di villaggi, costituiti in buona parte da abitanti di origine greca, che parlavano in greco, praticavano la religione greco-ortodossa ed avevano usi e costumi greci.
Nei primi decenni del secolo XI, cominciarono le scorrerie di nuovi invasori, provenienti dal nord dell'Europa: i Normanni, che nel giro di pochi decenni misero fine al dominio bizantino, creando in Italia Meridionale uno stato unitario e introducendo il feudalesimo, che si conserverà intatto fino agli inizi del sec. XIX. Inoltre, pur lasciando vivere in pace la popolazione greca del Salento, favorirono il clero cattolico ai danni di quello ortodosso. Ai Normanni successero le dominazioni sveva, angioina, aragonese e spagnola, tutte strettamente legate alla Chiesa cattolica, che man mano riguadagnò le posizioni perdute nel corso dei secoli IX-XI. Non ci furono mai veri e propri conflitti religiosi, ma già nel secolo XV il monacato orientale era scomparso ovunque, sostituito da quello francescano, domenicano, ecc..
Intanto, il Sultano Maometto II, dopo aver conquistato Costantinopoli (1453) e sottomesso tutta la Penisola Balcanica, decideva di passare all'offensiva in Italia e nel 1480 sbarcava sulla costa orientale del Salento. Otranto, considerata da secoli il porto naturale della Grecìa Salentina, fu distrutta e orrendamente saccheggiata, mentre i villaggi vicini venivano sistematicamente devastati. Per fortuna della Cristianità occidentale, il terribile sultano morì nel 1481, ma le scorrerie dei turchi continuarono ininterrottamente fino al secolo XVIII.
In seguito al Concilio di Trento, anche il clero secolare greco fu sostituito da quello cattolico. Naturalmente le funzioni religiose, le preghiere e tutta la liturgia furono impartite in latino e le comunità greche furono costrette a pregare in una lingua che non conoscevano: il latino. Così, tutti i paesi che gravitavano sul mare Jonio, abbandonavano la lingua greca, passavano al dialetto romanzo e la Grecìa si riduceva a un'isola linguistica situata nella parte centro-orientale della Penisola Salentina, comprendente ventiquattro villaggi. Nei secoli XVII e XVIII, l'area dei parlanti in griko si ridusse a tredici paesi.
Negli anni venti del nostro secolo, il griko si parlava in nove paesi, ma già a Soleto e Melpignano cominciava ad essere abbandonato. Nel 1945, parlavano correntemente in griko gli abitanti di Calimera, Castrignano, Corigliano, Martano, Martignano, Sternatia e Zollino. Nel dopoguerra, per complessi fattori di carattere socio-economico (emigrazione, radio e televisione, scuola, giornali, ecc.) il numero dei parlanti griko, anche in questi paesi, è diminuito progressivamente.
Oggi la loro percentuale è bassa e destinata a ridursi ancora: parlano in griko gli anziani e, prevalentemente, in ambito domestico. Negli ultimi anni si registra un'attenzione diffusa degli abitanti della Grecìa Salentina per le proprie origini, la propria storia, le tradizioni e, naturalmente, la lingua, che viene proposta soprattutto attraverso i canti popolari ed anche, su iniziativa di associazioni culturali, scuole ed amministrazioni comunali, attraverso dei corsi. Per quanto riguarda la ricerca storica, oggi essa percorre strade un tempo non abbastanza indagate, quali l'architettura, la gastronomia, la musica, che forniscono elementi di conoscenza integrativi della ricerca filologica e storica propriamente detta.


IL PAESAGGIO RURALE DELLA GRECIA SALENTINA

Il territorio della Grecía salentina, fatta eccezione per alcune aree, è fondamentalmente pietroso, composto da strati rocciosi e banchi calcarei.
Un paesaggio avaro di terra coltivabile e spesso privo delle risorse fondamentali come l’acqua.
Muri a secco, costruiti con una pietra molto dura detta dolomia, cingono le proprietà connotando tutta l‘area con un paesaggio definito "della pietra".
L’occupazione principale del popolo grecanico è stata per millenni l’agricoltura, che spesso ha usato forme di coltivazione tradizionali.
Il contadino ha dovuto fare i conti con il pietrame superficiale.
I continui spietramenti per bonificare il terreno hanno lasciato tracce di questo lavoro immane.
Notiamo, infatti, numerosi mucchi di forma conica (le muriscine), oppure spianate (littére) dove venivano poggiate le stuoie o i telai costruiti con canne ed utilizzati per 1‘essiccazione, soprattutto dei fichi.
Dalla pietra si sono ricavati abbeveratoi per greggi, ruote per macinare il grano.
La pietra è servita per rivestire le pareti interne dei pozzi (le pozzelle), disposta a secco in cerchi concentrici impedendo così all’acqua di disperdersi.
Osserviamo, disposti sui declivi delle serre che attraversano il territorio, canali di pietra che permettono di raccogliere le acque piovane indirizzate, poi, in cisterne poste nelle vicinanze o all’interno di un trullo.
Le pietre, quindi, che dapprima costituivano un ostacolo al lavoro e di fatto, limitavano le aree coltivabili, piano piano hanno dato forma a sorprendenti architetture ancora riconoscibili.
Oltre ai muri a secco, semplici o complessi, lineari o tortuosi o disposti in intrigati disegni, si vedono spesso i pìgnòni, sorta di piccole piramidi di pietra sistemate vicino gli ingressi (varchi) delle campagne. Pur nella loro precaria stabilità avvertono i pastori di non utilizzare quel terreno per il pascolo delle greggi: la pietra come silenzioso e chiaro mezzo di comunicazione.
Alcuni recinti di pietra difendono e proteggono dalle forze del vento l‘alberello piantato da poco.
Alcune pietre circolari e piatte vengono utilizzate come basi per il fuoco.
Un richiamo a tempi molto remoti è suggerito anche dalle grandi pietre fitte che prendono il nome di menhir (men=pietra. hìr=lungo), singolari monumenti preistorici, forse a carattere religioso, presenti nel territorio (Zollino, Martano).
Le costruzioni più significative e frequenti dell‘edilizia contadina sono i trulli chiamati ‘‘furnieddhi’’.
Se la maggior parte dei trulli esistenti non è di età molto antica, la tecnica costruttiva è invece remotissima e la si fa risalire all ‘età del bronzo.
Uguale tecnica costruttiva è stata usata per la costruzione del monumento miceneo detto "Il tesoro dì Atreo" o "Tomba di Agamennone" in Grecía. Un’ipotesi suggestiva è che il trullo abbia origine autoctona, locale e sarebbe la trasformazione in muratura dell’antica capanna di frasche e rami.
A Martano, sulla provinciale per Calimera, esistono perfettamente conservati alcuni esemplari di queste capanne di pietra.
La presenza di queste costruzioni in molte zone del Mediterraneo, sia orientale che occidentale, ha fatto pensare ad un’influenza esterna, in special modo ad un’origine greca.
Grecia e Grecía salentina fuse anche nella tipologia architettonica.
In tutta l’area esistono centinaia di trulli , con un particolare infittimento nella zona di Martano e Soleto. Bravi costruttori di trulli provenivano da Martano. Ritroviamo in queste tipiche costruzioni i sistemi costruttivi più elementari dell’antichità. Gli ingressi sono architravati con tre grossi massi di pietra (sistema trilitico).
Sugli ingressi possiamo notare il triangolo di scarico dal quale derivò la pseudo-cupola del trullo.
I trulli sono di due tipi: troncoconici e troncopiramidali.
All’interno, se la pianta del trullo è circolare, gli anelli di pietra vengono collocati lievemente in aggetto sino a formare una pseudo-cupola chiusa, in alto (sull’ultimo anello di diametro minimo), da una lastra di copertura che spesso ha una croce incisa, l’anno di fabbricazione e le iniziali del costruttore.
Se la base è quadrata, il raccordo tra la muratura di base e la cupola si ottiene mediante quattro lastre sporgenti dagli angoli (pieducci) che consentono l’arrotondamento degli anelli sino alla lastra di copertura.
Tutta la costruzione è interamente a secco e tra le pietre si forma una specie di “camera d’aria’’ che funge da isolante termico per cui il trullo è fresco d’estate e caldo d’inverno.
Elemento comune dei trulli è la scala esterna che collega i gradoni e porta sulla sommità.
L’uso della scala è necessario durante la costruzione dell’edificio ed anche per ispezionare periodicamente la sommità del trullo.
Chi visita la Grecía salentina troverà anche molte masserie.
Alcune ancora in ottimo stato, altre abbandonate. Numerose sono in uno stato di degrado.
La masseria riuniva e riunisce idealmente tutti i fondi agricoli (massa) legati ad essa.
Tutte le masserie, come complessi architettonici, oltre che centri produttivi e sedi di organizzazione del lavoro, presentano tipologie ed elementi architettonici comuni.
Locali per le greggi, stalle, depositi del grano, fienili, alloggi per i lavoranti; a volte anche una chiesa. Altri locali sono destinati a trappeti per la produzione dell’olio.
Spesso troviamo dei forni per cuocere il pane. Intorno al complesso centrale, sede delle abitazioni del padrone o dei massari, erano sistemate le colombaie, le aie, le concimaie, le porcilaie, i pollai, gli apiari.
Rivestirebbe un grande interesse per i turisti pensare un itinerario mirato alla conoscenza della storia che ha portato il territorio della Grecía salentina a presentarsi con questi peculiari e caratteristici segni.
Segni della memoria, delle attività produttive, delle tecniche costruttive, della vita di quest’area così interessante e fortemente connotata.
Servirebbero naturalmente interventi di conservazione e restauro. Tuttavia l’analisi delle capacità ricettive della Grecía salentina - praticamente nulle - potrebbero rilanciare l’idea di riutilizzo delle masserie e dei trulli per una loro destinazione agrituristica. L’insistenza di diversi trulli nelle vicinanze di masserie suggerirebbe il loro uso come bungalow, unità unifamiliari destinate all’alloggio, e le masserie come centri polivalenti destinati alla ristorazione, agli sport, ai servizi .
La Grecía Salentina sino ad oggi non ha favorito una valida politica dell’accoglienza.


LA MUSICA NELLA GRECIA SALENTINA


Le leggende, le usanze, le tradizioni, i canti popolari, in genere i dati folklorici d'un popolo costituiscono la propria identità e, assieme alla sua lingua, confermano la continuazione della sua vita storica.
I canti della popolazione grika della penisola salentina sono viva testimonianza di un'antica lingua e soprattutto di una cultura rurale quasi estinta. Il canto e la musica accompagnavano infatti, non solo il ciclo della vita di ogni singolo uomo (nascita- morte), ma anche il ciclo di vita produttivo e festivo dell'intera comunità (l'anno solare da gennaio a dicembre).
" Travùdia palea" quindi, cioè "canti antichi": è infatti quasi impossibile stabilire l'epoca di questi componimenti in quanto tutto il patrimonio letterario popolare in griko salentino si è tramandato a tutt'oggi esclusivamente per tradizione orale. Questo patrimonio ha conosciuto tutta l'usura del tempo e della trasmissione orale la quale, di generazione in generazione, ha impresso i segni dell'evoluzione registrati nel corso dei secoli.
Quasi infinite le varianti dei versi di ninnananne che sono state raccolte dagli studiosi locali; questi canti, avendo la funzione di trastullare e addormentare i piccoli, esprimono un sentimento umano assai diffuso e, poiché il ritmo è un loro elemento essenziale, finiscono col diventare materia di poesia popolare.:
La "Strina" è invece il canto griko che accompagna la nascita del nuovo anno, momento in cui l'uomo sociale ritorna bambino per ricominciare, insieme al seminato dei campi, un nuovo ciclo di vita.-
La "Strina" infatti, uno dei canti religiosi -pagani e di questua più complessi e completi che si conosca nel Salento e nella Grecia Salentina, è particolarmente importante nell'ambito delle tradizioni popolari legate alle festività natalizie. Intere compagnie di musici con tamburelli, organetti, sonagliere, "colasciuni" (un antico strumento locale a corde ormai scomparso) e cupa cupa, si spostavano durante le feste di Natale e Capodanno, fino alla Befana, da un casolare all'altro, di masseria in masseria, a portare la notizia della nascita di Cristo ed anche per avere qualche provvista in cambio: uova, formaggio, ecc.
Dalla famiglia si passa poi alla benedizione degli attrezzi di lavoro, delle piante e degli animali affinché il nuovo anno porti abbondanti raccolti quindi ricchezza e fortuna a tutti. Questi motivi (i buoni auspici e i doni finali), fanno pensare alle "Strine" come ad antichissimi canti pagani di propiziazione ai quali si è poi successivamente sovrapposto, con l'avvento del Cristianesimo, il racconto della nascita di Cristo.
La primavera lascia presto il posto alla caldissima estate; è il tempo della mietitura, della raccolta del tabacco, dei lavori sull'aia che spesso la sera si trasforma in luogo di festa: al suono di organetto e tamburello giovani e anziani convenuti anche dalle masserie circostanti si incontrano per suonare, cantare e ballare la "pizzica". Qui il discorso e il "tempo" si dilatano in uno spazio che va dagli studi di De Martino sulle "tarantate" alle attuali feste di piazza dove la "pizzica" fa da protagonista. Il tema del tarantismo, ampio e complesso, pervade del resto tutta la musicalità salentina e non solo quella grika.
infine bisogna fare un accenno ai "moroloja" ed ai "lamenti".
" Moroloja" significa canto dei morti.Secoli di tradizione e di cultura che oggi è possibile ascoltare ancora su richiesta dalla voce di qualche anziana prefica, donna pagata per piangere e lodare il morto durante il funerale.Quello delle prefiche è un canto lamentoso che scade frequentemente nel tono parlato, che rifugge quasi per pudore dalla piacevolezza del canto ed evita di proposito l'armonia dello schema musicale.
Ben diversi sono invece i "lamenti". Questi a differenza dei "moroloja", non sono improvvisati e non vengono cantati dalla prefica in presenza del morto, ma sono componimenti poetici in morte di qualche persona amata.

Tratto dalla collana "Puglia Rurale" - Regione Puglia


I PAESI DELLA GRECIA SALENTINA

Tradtto da: http://www.trovasalento.it/grecia/storia.htm

Cripte bizantine, chiese romaniche e barocche, castelli, palazzi baronali, viuzze lastricate dei centri antichi, trappeti sotteranei, bei conventi, ricche decorazioni di portali e balconi, il microcosmo delle case a corte, dolmen, menhir, specchie, furni, grotte, aree archeologiche... tutto questo è quello che la Grecia Salentina può offrire ai visitatori che, lasciando un pò da parte la fretta, vogliano entrare dentro la storia che le nostre pietre, come un grande libro, raccontano a chi voglia ascoltare...
La Grecìa Salentina è una comunità ellenofona oggi composta dai paesi di:

Calimera
Martano
Castrignano dei Greci
Martignano
Corigliano d' Otranto Soleto
Zollino
Melpignano
Sternatia

ORIGINI E STORIA

L’isola ellenofona della Grecia Salentina, situata a sud-est della Provincia di Lecce in Puglia (Italia), comprende attualmente nove comuni e precisamente: Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino, con una superficie complessiva di 143,90 Kmq, ed una popolazione residente di circa 41.504 abitanti.
Non è ancora stata stabilita con certezza la sua datazione ellenica ma le due ipotesi principali collocherebbero la sua radice ellenica o nel periodo magno greco (come sostenuto dal Niebhur e dal celebre glottologo tedesco G. Rohlfs), o nel periodo bizantino (come sostenuto dal De Blasi e dal Morosi). Non è escluso tuttavia, che ad un originario nucleo magno greco si siano avvicendate, in tempi diversi, nuove ondate migratorie di genti provenienti dalla Grecia: guerrieri achei e spartani, pastori, monaci basiliani, reduci dell’esercito bizantino, mercanti ecc.
Molto suggestiva è l’ipotesi che la farebbe risalire alla Magna Grecia o meglio alla Mejalh Ellas, di cui faceva parte geograficamente insieme a gran parte della Puglia, della Sicilia, della Calabria (ove tuttora esiste l’area ellenofona della Bovesia), con le fiorenti città di Cuma, Sibari, Siracusa, Crotone e Taranto, la perla della Magna Grecia.
La leggenda narra a tal proposito che Messapo e Taras, figli di Nettuno, giunti sui nostri lidi nell’ VIII sec. a.C., diedero il loro nome alla Messapia e alla città di Taranto.
Plinio racconta che i Cretesi, dopo aver fondato Oria, si spinsero fino all’estremo sud della Puglia, prendendo il nome di “Salentini” (ossia gente di mare). Questi stessi Salentini saranno alleati dei Tarantini contro Roma nel 281 a.C. e probabilmente nella battaglia di Ascoli nel 279 a.C. Successivamente insieme ai Bruttii, ai Lucani, ai e all’armata di Pirro cercheranno di ostacolare l’avanzata delle legioni romane.

Con la sconfitta definitiva di Pirro, re dell’Epiro nel 5 a.C. (presso Benevento), iniziò la conquista romana del Meridione d’Italia.
Nel 476 d.C., con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i Bizanti»i subentrarono ai Romani, lasciando tracce indelebili in modo parti are nella nostra Grecia Salentina.
Il dominio bizàntino venne messo in pericolo dagli attacchi dei cosidetti “barbari”, in particolare dai Goti e soprattutto dai Longobardi che, attestatesi nel Ducato di Benevento nel 590 d.C., invasero la Daunia, Bari, Taranto e Brindisi, costringendo i Greci a trincerarsi nell’estremo Salento in quel territorio compreso tra Otranto e Gallipoli.
Contemporaneamente dovettero fronteggiare gli Arabi (che erano divenuti molto minacciosi), riuscendo comunque a riconquistare parte del territorio perduto, compresa la città di Bari che venne governata dal “Catapano”.
Saccheggiata nel 927 dagli Ottomanni, la città di Taranto venne ricostruita 50 anni dopo dall’Imperatore Niceforo Foca, rimanendo greca fino al 1063, anno in cui fu conquistata dal normanno Roberto Guiscardo. Questi da Otranto allestii un esercito che scagliò contro l’Imperatore Bizantino Alessio Comneno.

Per quanto inerente il flusso migratorio dalla Grecia verso il Salento , il Maggiulli segnala, durante il periodo bizantino, diverse ondate (in particolare durante i regni degli Imperatori Basilio I e Basilio II negli anni 878-979) che si stabilirono nell’agro di Gallipoli, Nardò, Ugento e nell’attuale Grecia Salentina, e successivamente nell’XI sec. C. presso Taranto.

Dopo i Bizantini fu la volta dei Normanni, diretti discendenti dei biondi Vichinghi dagli occhi color del mare c alla splendida Scandinavia, fedeli al loro motto “Avanti dappertutto” (Ro voek over alt), erano salpati a bordo delle loro agili imbarcazioni (dette “Lan gskip” “Drakar” e “Knorr”) sfidando l’ignoto e spingendosi lungo quella che loro chiamavano “La strada dei cigni” (Over ban svan), raggiungendo terre lontanissime tra cui la Groenlandia, l’Islanda, e il Winland (l’America?), venendo in contatto anche con gli Arabi e i Bizantini.
Come dimostra del resto la storia del vichingo norvegese Harald Hardrati che, giunto fino a Costantinopoli (Miklagard, la Grande Città), combattè a fianco del generale bizantino Georges Maniakés contro gli arabi in Sicilia, ed insieme ad altri guerrieri Vichinghi (chiamati anche “Rus” o “Variaghi”) costituì la guardia del corpo del Basileus.
Dei Normanni rimangono in Puglia splendide testimonianze architettoniche, tra cui troviamo la sfarzosa cattedrale di Otranto costruita nel 1080 per volere di Ruggero.
Ai Normanni subentrarono gli Svevi, il cui più celebre e discusso personaggio fu Federico II di Hohenstaufen (eletto nel 1226 “Imperatore Augusto, Re di Sicilia e Gerusalemme”). La sua epoca fu contrassegnata da aspre lotte tra l’Impero e il Papato che aveva chiesto l’aiuto di Carlo d’Angiò che s’impossessò della Puglia facendo giustiziare il giovanissimo e valoroso Corradino di Svevia.
Nuovi coloni provenienti dalla Grecia si stabilirono nel territorio di Brindisi nel XIII sec., come è dimostrato da alcuni registri angioini del 1272.

Il periodo degli Angioni fu contraddistinto da lotte intestine, e da una ripresa del sistema feudale (instaurato dai Normanni) nelle sue forme più deteriori. Il conseguente disordine sociale toccò l’acme durante il regno della regina Giovanna Il che lasciò la Puglia in balia di se stessa.
Tale stato di confusione agevolò l’opera di Alfonso d’ Aragona che nel 1442 riportò un relativo ordine in Puglia.
Intanto il clero greco, secolare e regolare, che aveva goduto di una grandissima importanza nell’Italia meridionale, durante l’epoca bizantina, nei secoli XII e XVI, perdette rapidamente gran parte del suo prestigio, sopravvivendo nel Salento solo nel ristretto territorio compreso tra Otranto, Gallipoli, Nardò e Calimera.
In base ad un documento dell’epoca la “Dissertatio de Neretinis Episcopis”, inviata dal vescovo di Nardò nel 1413 all’antipapa Giovanni XXIII, si evince che erano paesi greci: Galatone, Casaranello, Alliste, Felline, Sedi, Neviano, Aradeo, Noha, Fulcignano, Puzzovivo, S. Nicola di Cigliano e Lucugnano.
Inoltre nel Codice Brancaccio di Napoli (della metà del XVI sec.) nella “Relazione dei Greci di Otranto” è scritto che si parlava solo la lingua greca a Soleto, Sternatia, Cannole, Strudà, Neviano e Zollino, mentre si parlava il greco e il romanzo a Galatina, Aradeo, Noha, Martano, Castrignano Graecorum, Ruffano e Martignano.

Nel XV secolo dalla Grecia, e precisamente dall’Epiro, sono registrati nuovi arrivi che, si stanziarono nel territorio di Nardò e successivamente altri che, provenienti da tutta la Grecia e dall’Albania, trovarono scampo sulle contrade salentine: una moltitudine di profughi scampati all’invasione ottomana in Oriente, che il condottiero Giorgio Castriota (detto Scanderberg) aveva cercato eroicamente di contrastare. Nel 1480 un avvenimento cruento che funestò tutto il mondo cristiano ebbe luogo ad Otranto.
Otranto, l’antica Hidria di Tolomeo, l’Hydruntum dei Latini, la roccaforte dell’Impero Bizantino, la porta dell’Oriente per antonomasia, divenne improvvisamente l’ultimo baluardo dell’Europa cristiana contro la minaccia degli Ottomani, che attraverso l’Italia volevano ricongiungersi con i Musulmani di Spagna.
La mattina del 28 luglio dell’anno del Signore 1480, la tranquilla cittadina che aveva dato il suo nome alla Puglia salentina (chiamata “Terra d’Otranto”, con le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto), si vide circondata dalle forze dell’Islam, forti di ben 200 navi e 18.000 soldati comandati da Ghedik Achmed Pascià, inviato da Maometto II.
Rifiutata la resa, offerta a buone condizioni dai Turchi, gli abitanti di Otranto si difesero eroicamente fino all’ 11 agosto, pagando un tributo di ben dodicimila morti, mentre due giorni dopo altri 800 uomini venivano decapitati sul colle della Minerva, per non aver voluto rinunciare alla fede cristiana, proiettando così nella storia dell’uomo la gloriosa città di Otranto da allora universalmente conosciuta come la città dei Martiri.
La caduta di Otranto in mano ai seguaci di Allah ebbe conseguenze nefaste per gran parte del Meridione d’Italia. Moltissimi paesi furono saccheggiati e distrutti, sia i conventi che le chiese latine e greche vennero incendiate e molti Salentini portati come schiavi in Oriente.
Della Grecia Salentina solo gli abitanti di Corigliano, rifugiatisi nel castello, resistettero all’attacco dei Saraceni; negli altri paesi ci furono saccheggi, morti e devastazioni.
Per scacciare i Musulmani da Otranto, venne bandita una crociata da Papa Sisto IV a cui aderirono principi italiani e stranieri, ungheresi, portoghesi, spagnoli, tedeschi, inglesi e francesi, che al comando di Alfonso Duca di Calabria liberarono Otranto nel settembre 1481 dopo tredici mesi di assedio.

Nei secoli XVII e XVIII l’area geografica della Grecia Salentina si restrinse ulteriormente, nonostante l’afflusso di numerosi immigrati greci sia durante l’occupazione ottomana dell’Ellade, sia successivamente, come nel 1781 durante il regno di Ferdinando IV. Nei primi anni del 1800, lo studioso Pacelli di Manduria traccia una carta della Grecia Salentina, in cui dice che si parla ancora la lingua greca in tredici comuni, precisamente a Soleto, Sogliano, Cutrofiano, Corigliano, Zollino, Stematia, Martignano, Calimera, Martano, Castrignano dei Greci, Melpignano, Cursi e Cannole.
Oggi, nonostante tutto, dell’antica Grecia Salentina rimangono ancora nove comuni a testimonianza di un glorioso passato che non può e non deve morire.


LA LINGUA GRIKA

Si è scritto e discusso molto sull’origine linguistica dei Greco salentini e sulle cause che tutt’oggi portano il griko verso un’estinzione più o meno prossima.
Per cercare di chiarire questo enigma reso per altro più intricato dalla penuria di fonti documentate, di reperti archeologici e numismatici, sono intervenuti in tempi diversi numerosi studiosi, che con le loro ricerche hanno dato un prezioso contributo.
Tra questi citiamo il tedesco K. Witte, che pubblicò nel 1821 sulla rivista “Geselischalter” un articolo dal titolo “Griechische volkslieder in Suden von Italien”, riguardo le minoranze ellenofone dell’Italia meridionale.
Seguirono nel 1856 A. F. Pott, nel 1859 Domenico Comparetti, e ancora nel 1870 Giuseppe Morosi, il quale già a quel tempo giunse a sostenere l’ormai inevitabile tramonto del griko.
Tra gli studiosi contemporanei è importante citare l’opera del celebre glottologo tedesco Gerhard Rohlfs (1892-1986) che, insieme al Niebhur e al Kind, fu fervido sostenitore dell’origine magno greca dell’isola grikofona salentina.
Per ridare orgoglio ad una lingua un tempo appartenuta ad Omero, a Saffo e ai grandi dei dell’Olimpo, ma che oggi è ormai desueta, si sono prodigati uomini di cultura quali: il calimerese Vito Domenico Palumbo (1856-19 18), la sig.ra Angela Meriano, Vito e Pasquale Lefons, Oronzo Parlangeli, Giannino Aprile, Paolo Stomeo, Karanastassis, Salvatore Sicuro, Rocco Aprile, Don Mauro Cassoni, Angelo Cotardo, Domenicano Tondi, Angela Campi Colella, Ernesto Aprile e tanti altri che ancora oggi sono impegnati in questa nobile opera di salvaguardia.
Il deterioramento della lingua grecanica può essere sicuramente attribuito inizialmente a due cause principali: la caduta dell’Impero bizantino da un lato e la soppressione del rito religioso greco sostituito dal rito latino dall’altro. A questo va aggiunta l’occupazione del Meridione da parte di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e ancora Francesi e Spagnoli, a cui seguì un inevitabile divario linguistico tra la popolazione di lingua greca e quella di lingua romanza.
Le fiorenti città ellenofone si videro isolate linguisticamente e a volte guardate con sospetto e ostilità in quanto comprendenti popolazioni alloglotte. La familiare figura del sacerdote greco (papàs), spesso coniugato e con figli, fu sostituita da quella del sacerdote latino che, avendo a volte la residenza altrove (come è dimostrato dalle diverse visite apostoliche compiute dagli arcivescovi di Otranto), rappresentava una figura estranea e avulsa dal contesto greco-salentino.
Dopo l’unità d’Italia (1860-61), la rigida burocrazia sabauda creò una frattura ancora più profonda all’interno del patrimonio linguistico meridionale.
Non solo i figli dei signorotti locali e dei notabili, ma anche i giovani greco-salentini ‘arruolati nell’ esercito dei Savoia appresero rapidamente la lingua, gli usi e i costumi propri dei piemontesi, fatto questo che causò un conflitto generazionale all’interno della famiglia grecanica, mettendo in discussione non la potestà dei genitori, ma la lingua usata dagli stessi.
Il griko, un tempo usato indistintamente da tutti, stava ora diventando una “vergogna”, stava diventando la lingua del “popolino ignorante, dei cafoni”.
Bastava che i Salentini uscissero dalla loro “Grecia” per sentirsi guardati con ostilità, ilarità e chiamati addirittura: “quelli con due lingue”. Non mancavano nel contempo i motti popolari del tipo:”se ti trovi in un vicolo cieco, salva il lupo e uccidi il greco”.
Durante la prima guerra mondiale, i giovani greco-salentini e i giovani di lingua romanza furono strappati dalla loro terra e trasformati indistintamente in “carne da cannone”. Col fascismo, xenofobo e intollerante verso ogni tipo di minoranza sia linguistica, razziale o religiosa, si cadde nel grottesco: la lingua italiana diventò nelle scuole del Regno la padrona assoluta.
Si cercò addirittura stupidamente (ma invano, per fortuna!) di cambiare il nome di Castrignano dei Greci in Castrignano Salentino o di Lecce.
Gli orrori della prima guerra mondiale rivissero tutti durante la seconda, con l’aggravante dell’aggressione fascista alla Grecia.
Durante quegli anni molti Greco-salentini furono inviati nella penisola ellenica in qualità di interpreti, riuscendo però ad instaurare con la popolazione del luogo non un rapporto di ostilità, da invasori quali erano, ma d’amicizia, opponendosi valorosamente alla ferocia nazista insieme a molti altri Italiani.
Ne è testimonianza il massacro operato a Cefalonia contro l’intera divisione “Acqui”. Nel dopoguerra, la ricerca del benessere spinse molti Italiani (tra cui anche i Greco-salentini) a emigrare negli USA, in America Latina, in Germania, in Francia, in Belgio o in Svizzera, e a rinunciare di conseguenza al proprio idioma. Inoltre l’aumento dei matrimoni misti e soprattutto l’avvento in maniera massiccia dei mass-media hanno influito negativamente sulla sopravvivenza della lingua grika. Da alcuni anni la lingua grecanica è stata fortunatamente riscoperta (nonostante abbia subito pesanti contaminazioni dalla lingua romanza, assimilando diversi vocaboli dialettali).
In molti paesi della Grecia Salentina, vi è un fiorire d’iniziative che mirano alla salvaguardia del patrimonio culturale e linguistico dei nostri progenitori. Questa viene operata grazie all’impegno dei singoli cittadini, dei distretti scolastici, delle Amministrazioni comunali, dei Circoli culturali e inoltre grazie anche all’interessamento del Governo ellenico che invia docenti di madre lingua nelle scuole della Grecia, per tenere corsi comparati di griko e neogreco. A noi comunque resta la volontà di salvare un patrimonio linguistico di cui i soli, valenti, gelosi custodi sembravano restati gli anziani, ancora fieri di dire: “Imesta Griki” (Siamo greci).


USI E COSTUMI

La Grecia Salentina, unica nel suo genere per il suo idioma, costituisce un polo d’attrazione culturale per la presenza di svariate tradizioni, usi e costumi. Come narrano l’Arditi e il Palumbo, la tipica casa greco-salentina non é mai a contatto con la strada: un artistico portale la separa da questa, immettendo in un cortile (di forma quadrata o rettangolare) che costituisce con le abitazioni la casa a corte plurifamiliare (reminescenza del “Megaron” della Grecia antica), comprendendo un pozzo comune, il retrostante giardino, le stalle, gli ovili, i pollai.

L’abitazione, quasi sempre a piano terra,veniva costruita con l’utilizzo della pietra locale (detta pietra leccese), che era tenuta insieme da un impasto di argilla.
I muri venivano imbiancati a calce mentre il pavimento era costituito da lastre levigate di pietra.
Il soffitto, prima costruito con canne e tegole, venne sostituito col tempo da quello in muratura del tipo a “volta”, a “botte”, o a “stella”.
Nel pavimento venivano scavate alcune buche coperte da botole, e adibite a granili o a depositi per le derrate alimentari. Nella tenera roccia calcarea venivano inoltre scavate delle pile per la conservazione dell’olio; in ogni abitazione non poteva mancare un enorme camino sotto la cui cappa sedevano i familiari e gli ospiti, durante le lunghe sere invernali. I pochi mobili erano in legno d’olivo o di quercia. La stanza matrimoniale era la più appartata, e nel suo interno era presente un grande letto con l’intelaiatura in legno o in ferro battuto. Su di esso era adagiato un enorme materasso colmo di lana grezza o di foglie di mais secche, ingentilito da una coperta di panno variopinto. Nella stanza, appese alle pareti o appoggiate su un apposito ripiano, vi erano alcune litografie a carattere biblico e le foto della fitta schiera dei parenti defunti (ciò non era certo il massimo della libidine per una coppia di sposi!).
Nella famiglia greco-salentina il padre aveva una posizione preminente, mentre alla moglie, pur essendo importante per l’educazione dei figli (che potevano raggiungere il numero di 13-14) e per la conduzione dell’economia domestica, era riservata una posizione subalterna. La stessa posizione veniva riservata alle figlie femmine nei confronti dei maschi e di tutta la prole nei confronti del primogenito.

L’abbigliamento degli uomini (quasi sempre col volto rasato) era costituito da pantaloni corti e stretti, con il resto delle gambe coperto da calze a maglia variopinta; il corpetto e la giacca corta erano orlati come i calzoni da un nastrino nero, mentre il bavero della giacca era impreziosito da un bordi-no di velluto scuro. In testa avevano il cappello frigio a forma di cono con la punta ripiegata sull’orecchio destro.
Il colore del vestito era sempre turchino, mentre il tessuto poteva essere di lana o cotone.
Le donne avevano una lunghissima vestaglia, stretta da una cintura interna a cui era appesa una piccola borsa in tessuto. La gonna, con una serie di grandi pieghe, andava ad unirsi al corpetto aderente e moderatamente scollato; i loro capelli neri erano raccolti dietro la nuca e divisi da una scriminatura dritta. Sulla testa avevano inoltre un fazzoletto, che era scuro per le più anziane, colorato per le più giovani.

Erano le stesse donne a provvedere al rifornimento idrico, attingendo l’ acqua da una serie di pozzi comuni (“ta freata”) presenti ancora oggi in molti paesi. A Martano é rimasto tuttora il toponimo di “Largo Pozzelle”, come anche in tutti i paesi grecanici sussistono toponimi greci per indicare vie, appezzamenti di terreno, masserie, ecc. a prova della diffusa grecità di un tempo.
L’ “A gorà” (piazza-mercato) rappresentava, all’interno della Chora (villaggio) bizantina o del Kastro (villaggio fortificato), il centro della vita economica e sociale. Nei tempi passati pare che in ogni paese della Grecia si svolgesse un’attività predominante: a Calimera per esempio vi erano i carbonai, a Sternatia gli esperti di fuochi artificiali, a Martano i calzolai, a Melpignano molti addetti all’estrazione della pietra, mentre i castrignanesi (definiti dal De Giorgi nell’800 “nomadi” per eccellenza) si dedicavano al commercio di stoffe e tessuti.
Di grandissima importanza per le donne della Grecia Salentina era l’arte della tessitura, in cui si erano cimentate figure illustri della antica Grecia, quali Penelope ed Elena.

Il territorio della Grecia Salentina certamente suggestivo, ma aspro e tormentato, venne a lungo adibito a pascolo; fra le coltivazioni più importanti vi era quella dell’olivo, del grano, del foraggio, della vite, e in tempi più recenti del tabacco.
Durante l’estate, per mantenere l’acqua fresca, venivano costruiti appositi pozzi, detti “neviere”, in cui si alternavano strati di neve a strati di paglia; per l’uso quotidiano l’acqua veniva mantenuta fresca in orci di terracotta non smaltata. Questo accadeva grazie al noto principio secondo cui, trasudando lentairiente dalle pareti porose ed evaporando all’esterno, l’acqua che restava nelorcio diveniva sempre più fredda.
Come molti altri popoli, anche i Greco-salentini hanno una cultura intrisa di riti magico-religioso, rituali che sfociavano nella più bieca superstizione.
La stessa presenza di menhir, dolmen, o di enormi cumuli di pietre risalenti all’età del bronzo, hanno sviluppato nel Salento una particolare attenzione verso il mondo dell’ignoto, tanto che i vescovi bizantini fecero scolpire delle croci sulla sommità degli stessi menhir (detti altresì “pietrefitte” o “sannà”), proprio nel tentativo di debellare gli antichi riti precristiani.
Un tipico esempio di rito magico-religioso è ancora oggi presente a Calimera nella chiesa di San Vito (sita ai margini del vecchio bosco), nel cui interno si trova un masso con un foro centrale attraverso cui, ogni lunedì dopo la Pasqua, passavano i malati per guarire, i penitenti per la remissione dei peccati, e le donne per ottenere la fertilità.




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